Set 8, 1 mese ago

Misuriamo i femorali

In questo articolo vorrei mostrare quello che è il mio approccio scientifico al problema “pesi”, perciò avrei piacere che il lettore riflettesse su quanto leggerà. Il punto è proporre qualcosa che sia possibile in qualche modo misurare e che sia possibile pertanto riprodurre, rifare. In questo modo è possibile per altri mettere sotto stress la mia idea e vedere se sta in piedi. Quanto proposto potrebbe benissimo essere una tesi per uno studente in Scienze Motorie, sperimentale ma di fatto veloce e credo anche divertente.

Il precedente articolo è stato una introduzione al “problema femorali”, in una tesi potrebbe essere, se ampliato, una specie di introduzione. Adesso il tema di interesse: come facciamo a capire se un problema di movimento errato nello stacco sia dovuto ad un problema EVENTUALE di femorali corti?

È estremamente semplice: è necessario misurare la lunghezza dei femorali e definire quando sono corti, no? Perché tutti parlano di “corti” o “lunghi” ma alla fine nessuno mi pare che abbia dato due numeri… quello che cioè accade è che piace a tutti chiacchierare, ipotizzare, tirare fuori idee grandiose, e per tutti mi ci metto anche io… piace però meno controllare che l’ideona megagalattica sia o meno una stronzata megagalattica.

Perché… succede eh…

I numeri, perciò, non mentono mai. Spesso si contraddicono, ma non mentono mai. Perché se si contraddicono significa che non c’è chiarezza e se non c’è chiarezza, perché allora sbilanciarsi in ipotesi che sono solo pura fantasia? Eppure nel nostro ambiente succede questo.

Misuriamo i femorali

In figura un test classico, l’AKE cioè l’Active Knee Extension. La posizione A è quella di partenza, detta 90/90: il soggetto si stende supino sul lettino con la gamba che non viene misurata completamente stesa e tenuta ferma. 

Viene piazzato un goniometro in linea con la coscia e con il cursore che è in linea con la gamba, e si misurano i 90° di flessione del ginocchio. Questa è la posizione zero del goniometro stesso.

In B il soggetto estende con la forza dei suoi quadricipiti la gamba fino a che ce la fa, il ricercatore che fa la misura si accerta che la coscia sotto misura sia sempre perpendicolare al terreno, tenendola, e che l’altra coscia non si muova.

Viene misurato l’angolo che ho indicato: 0° rappresenta così la massima estensione e tutti i valori maggiori di 0° indicano pertanto che non viene raggiunta: pertanto più l’angolo di AKE è grande, più il soggetto è rigido. L’AKE perciò serve per quantificare l’AROM, l’active ROM, cioè l’escursione angolare attiva, sotto il controllo del soggetto.

Si tratta, come si capisce, di un test indiretto: non viene misurata la lunghezza dei femorali ma una grandezza derivata, l’angolo di estensione attivo. Ovviamente nell’estensione i femorali si allungano e così maggiore è l’estensione della tibia e maggiore sarà l’allungamento dei femorali e viceversa. Si capisce anche perché si opera così: la misura fisica della lunghezza dei femorali è molto più complessa e problematica mentre questa un buon surrogato.

Questa è una descrizione di massima, poi ci sono tutte una serie di accortezze che nella pratica fanno la differenza e dimostrano come anche per una cazza… ehm per una cosa apparentemente semplice come questa ci sia invece una professionalità.

Tanto per iniziare, ci sono studi che misurano l’AKE come nella figura che ho mostrato, altri che considerano l’angolo supplementare, cioè quello “di sotto” e così la misura va da 0° che è il femore completamente flesso sulla coscia, a 180° che è il femore massimamente esteso. Oppure in altri studi l’angolo è misurato dalla gamba verso il femore, perciò la massima estensione a partire dalla posizione iniziale è 90°. Perciò 30° nel primo modo equivalgono a 150° nel secondo modo e a 60° nel terzo modo. Lo so che siete tutti intelligenti, però io ho fatto casino nel leggere gli studi, per dire…

Questa è ripresa direttamente da [1]: io non avrei mai misurato gli in questo modo… ma per capire come si leggono gli angoli è necessario leggere lo studio e non gli abstract!

Poi, l’esaminatore deve controllare che il soggetto non muova le cosce, altrimenti la misura viene totalmente sballata e diciamo che questo test può avere problemi di replicabilità, che è stata studiata. Poi, il piede deve essere morbido, plantarflettere, altrimenti l’estensione viene inficiata dalla rigidità del gastrocnemio.

Cioè: fare le misure è un’arte più che una scienza… ad esempio [5] mette in discussione la validità dell’AKE, proponendo un test dove la posizione iniziale non è A, ma A’ con la gamba che non viene misurata messa in flessione e tenuta ferma. Questo altera la misura dell’angolo attivo di estensione, riducendolo.

Sebbene sembri una pippa mentale, la logica che c’è dietro è che la posizione A’ è più rispondente alla realtà in cui si utilizza una estensione attiva, si pensi ad un calciatore che mentre corre tira una fucilata in porta. La lunghezza dei suoi femorali è da calcolarsi durante un movimento, cioè la gamba che calcia deve estendersi in un gesto, non in una situazione di laboratorio. Perciò, magari, nel tempo l’AKE verrà modificato nel secondo modo.

Va bene, abbiamo un metodo di misura. Adesso che ci facciamo? Ma è semplicissimo! Misuriamo. Esiste una montagna di letteratura sugli angoli di estensione attiva, che però non forniscono risultati definitivi, stabili.

Quando sono rigidi i femorali?

Il primo punto è stabilire un criterio per cui i femorali sono rigidi o meno. Già questo è un po’ un problema… io scrivo quello che ho trovato e studiato, senza pretendere di essere esaustivo. Qui un fisioterapista potrebbe mettere molto del suo, a patto che non sia dogmatico, e spiego perché.

Se prendiamo [4] si trova come criterio che i femorali sono rigidi se l’angolo di AKE è maggiore di 20°. Cita [7] come studio da cui prendere il criterio, ma [7] ficca lì questo 20° senza alcun plausibile motivo.

Ho trovato [17] che afferma che i femorali siano rigidi se l’angolo di AKE è maggiore di 30°, e a sua volta cita [19] come fonte. [19 a sua volta cita [20] (stessi autori) ma [20] si cita questo criterio dicendo di far riferimento al paragrafo “Procedures” però nel paragrafo “Procedures” non c’è menzione di questi famosi 30°.

Perciò… Perciò questi 30° io non ho capito da dove cacchio vengano fuori. Per questo dico che si deve stare attenti, in questo caso i fisioterapisti: dire “sopra i 30° di è rigidi” è qualcosa che si basa su una certa logica o perché si è letto su un libro che cita uno studio che cita una ricerca che… boh… inventa un numero senza giustificarlo? Lo so che così sembra che non ci siano certezze, ma a me piace indagare ed indagando si scoprono queste cose.