Set 19, 3 mesi ago

La stori(ell)a dell’adduzione delle scapole

 “Con questo articolo vorrei fare chiarezza”. Oddio quanto detesto chi inizia un argomento con questa storia del fare chiarezza… ma chi sei per portare la luce in argomenti complessi che coinvolgono non solo l’Anatomia, la Fisiologia, la Biologia, ma anche la Sociologia e la Psicologia? Cioè se sei così bravo da Nobel perché poi come lavoro fai il postatore di commenti su Facebook?

Correva l’anno 2004, non era il Giurassico, non era il ‘700 però incredibilmente il mondo era differente da oggi. Non c’era youtube e i video li dovevi zippare e caricare su qualche file server, i cellulari cool erano quelli piccoli e a conchiglia, non c’era Facebook ma i forum per discutere, Pubmed ancora non era utilizzato per confermare ogni certezza delle masse. Ma non voglio sembrare più vecchio e rincoglionito di quanto non sia davvero, perciò vengo al dunque.

Iniziai a frequentare l’ambiente del Powerlifting, conoscendo un mio grande amico, Enrico Bomboletti, a cui devo la maggior parte delle cose che ho appreso sulle powerlifts, sia per le conoscenze tecniche che per il contesto sociale e la storia delle stesse. Se DCSS ha avuto luce è sicuramente merito suo, ma non per la definizione dell’acronimo più assurdo del settore quanto per avermi spinto ad iniziare l’impresa.

Un giorno del 2007, credo fosse Novembre o Dicembre, scrissi un sommario di un ipotetico libro sui pesi, con dei titoli dei paragrafi e dei capitoli anche poco seri, e lo mandai ad Enrico che invece di rispondermi con un “ah ah ah mitico” mi scrisse una cosa del tipo “solo tu puoi scrivere un libro su queste cose, se non lo fai tu non lo farà nessuno”. E nel 2011 dopo diversi scleramenti e molti psicofarmaci… Powermechanics for Power Lifters

Ciò che mi colpì del Powerlifting è che chi faceva la panca aveva un posizionamento e un movimento che era molto differente da quello che si vedeva nelle palestre: gli atleti forti muovevano il bilanciere come se fosse su un ascensore, con una traiettoria pulita e senza sbavature, sempre la stessa di ripetizione in ripetizione.

Questo era comune a tutti quelli forti. C’era, cioè, uno schema esecutivo che appresi proprio dal contatto con le persone dell’ambiente. Provato, quell’assetto era performante, ma non solo: la stabilità che dava ti faceva sentire anche “sicuro”. Con quel tipo di assetto riuscii, allenandomi, a eguagliare (in allenamento ci tengo a dirlo) un vecchissimo massimale di 140 kg di panca, ma fatto con il fermo al petto. Un risultato buono a 78 kg di peso corporeo, certamente nulla di importante ma che comunque mi aveva fatto capire molte cose.

Ci sono due punti fermi, infatti, quando mi approccio ad un problema nuovo, e la “panca da powerlifter” lo era:

  • Credo fermamente nel valore dell’applicazione pratica della teoria. Non solo l’una, non solo l’altra. È solo la pratica che permette di dare valore agli elementi di una teoria, facendo capire quali siano importanti e quali irrilevanti, o quali lo siano ad un certo punto del percorso rispetto ad altri.

  • Per comprendere le cose è necessario osservarle senza pregiudizi, ed è faticoso. Osservare, poi giudicare. Non osservare e giudicare perché il giudizio è un potentissimo filtro che impedisce di vedere davvero ciò che accade.

Un altro mio pallino era, ed è, questo:

  • La tecnica performante è anche quella sicura.

“Eh ma gli atleti tirano al 110% e si fanno male”, “eh ma lo sport non è salute”. Vero, ma perché gli atleti tirano al massimo, vanno fuori giri, ma lo fanno in maniera razionale adottando tutte le precauzioni per non farsi male. Poi… poi quando sei a mach 2 ed entra in risonanza una vite stretta meno del previsto… beh ci si fa male, ovvio, ma non significa che non si è fatto di tutto perché non accadesse.

Pensate a questo: Perché un atleta vince? Perché è forte, ok, ma principalmente perché si allena. Se una data tecnica fosse pericolosa, lo farebbe infortunare e non potrebbe allenarsi, non potendo vincere. Perciò, se un atleta si allena (e si allena di brutto) quello che fa deve in qualche modo essere sicuro, la sua tecnica deve esserlo.

Perciò, se tutti quelli forti facevano in un modo, ci doveva essere un vantaggio a fare così, doveva essere il modo corretto. Perché anche io avevo riscontrato questo su me stesso. Le spiegazioni che ricevevo però non erano poi chiarissime e così mi misi a scartabellare libri e studi.

Non esistevano (e non esistono come vedremo) studi che legavano l’assetto della panca agli infortuni o alle prestazioni, perciò mi misi a studiare gli infortuni della spalla in generale. Studi sugli sport ma anche studi di Medicina del Lavoro, studi sull’attivazione del pettorale e dei muscoli del cingolo omero-scapolare. Tutto questo per trovare un modello che legasse coerentemente la prestazione e la sicurezza.

Nella medicina sportiva e del lavoro è palese che la ripetitività di portare l’omero sopra la testa alla fine è usurante per le strutture della spalla, e questo accade perché la testa dell’omero viene compressa sulla volta acromiale. Educare ad un dato movimento della scapola porta benefici in termini di minor dolore e questo movimento consiste essenzialmente in una depressione delle scapole con tilt anteriore. Questo aumenta lo spazio di movimento dell’omero. Cioè: questo non lo dico io ma lo dicono molti studi, che ho messo nella bibliografia del libro.

L’assetto di un panchista forte, ma non di adesso eh… del 2005 e perciò anche prima, era proprio quello di deprimere e tiltare posteriormente le scapole, più una adduzione dovuta al torace che veniva portato in avanti. Era evidente in quelli forti. Perciò traslando la conoscenza acquisita in un altro campo, la prima parte del modello era fatta: l’assetto della panca da powerlifting è quello che permette un impingement dell’omero sulla scapola minore rispetto ad un altro assetto.

Studiai i modelli biomeccanici iperstatici e le loro tecniche di risoluzione e così mi inventai un modello del pettorale nella panca, con più fasci. Il risultato era in accordo con studi elettromiografici sull’attivazione del pettorale e di altri muscoli nella panca, perciò ritenni il lavoro fatto valido. 

Avendo un modello, era possibile fare delle prove e così risultò evidente che più l’omero rimaneva sotto il pettorale nel movimento e più massa di pettorale poteva generare una spinta: in pratica, l’assetto della panca da Powerlifting massimizzava l’uso del pettorale nel movimento. Perciò, il cerchio si chiudeva: l’osservazione del fenomeno aveva trovato una risposta. Il powerlifter fa la panca come la fa perché è il modo migliore per spingere in sicurezza.