Feb 8, 5 mesi ago

Leg Press

Possiamo dire che la pressa sia l’emblema della palestra, dato che è un aggeggio tipico del bodybuilding. Vero, lo ritroviamo in molte preparazioni atletiche, ma qui l’esercizio tipico è, che so… la girata, o qualcosa derivato dai sollevamenti olimpici e lo squat è proprio del Powerlifting. La pressa o leg press, è propria dello sviluppo della massa delle cosce, perciò calza a pennello per il bodybuilder.

Poi, se anche non fosse vero, mi serviva un cappellino per iniziare l’articolo. Tutto qua.

AVVERTENZA

Lo so anche io che questo tipo di articoli è il peggio del peggio per il fruitore medio di Internet: lunghi oltre i 47” del tempo di lettura medio, nessun accenno a argomenti di gossip sessuale, una strisciata di testo quando dovrei se non altro spezzettarli su più pagine in modo che me lo cliccate almeno 10 volte e non una. Però se non altro non ci sono pubblicità con quei popup del cazzo e con il tizio che parla.

È una strategia sbagliata ma, ripeto, è quello che io vorrei leggere. Sulla pressa in questo caso: questa roba va studiata, non letta. Ma non perché l’ho scritta io, ma perché per scriverla me la sono dovuta studiare io per primo. 

 

In una pressa l’esecutore si trova in una posizione semi-distesa e spinge un carrello “pesante”. Esistono decine di modelli di pressa: il carrello ha degli spunzoni su cui impilare i pesi, il carrello è legato ad una catena o corda che muove un pacco pesi che si trova in fondo o di lato all’attrezzatura, il soggetto è steso con le gambe in alto, oppure è inclinato con le gambe in basso e spinge il carrello con le spalle (in questo caso si chiama hack squat), l’inclinazione tipica è di 45° ma se ne trovano ad angoli maggiori come di orizzontali, smaltate e cromate come costruite con profilati e barre da catastrofe postnucleare.

Per un proprietario di una palestra o di un centro fitness avere delle presse con i pacchi pesi ed i selettori e le parti in movimento protette da carter in metallo o plastica ha indubbiamente due grossissimi vantaggi:

  • Il movimento è guidato e pertanto sicuro per chi lo esegue, a meno di attimi di follia in cui si vuol provare piacere nel farsi comprimere stile Santa Inquisizione.

  • È possibile far allenare in sequenza la nonna della signora Pina ancora più marcia della signora Pina, il bodibiulder no-pein-no-ghein, l’avvocato cinquantenne superlampadato che fa crossfit perché lui è uno spartano: basta spostare il selettore e tutti sono contenti.

  • Il pacco pesi evita di avere pesi in giro, persone che trasportano pesi verso la pressa, persone incazzate che i pesi sono rimasti sulla pressa e li spostano dalla pressa, tutte potenziali fonti di infortuni.

Per quest’ultimo punto, mi ricordo della pressa sul soppalco della palestra del Centro Sportivo Universitario, millenni fa: non c’era un peso che fosse uno. L’istruttore mi disse che li avevano tolti tutti perché un furbone aveva fatto rotolare per sbaglio un disco da 10 kg che era caduto al piano di sotto.

Tenete a mente queste due indicazioni quando vi vogliono convincere che la pressa “è meglio” di qualcosa, quando, invece, è solo più pratica per il proprietario del posto.

I complessati del carico fallicamente compensatorio utilizzano la pressa per le loro terapie comportamentali, perché è facile, con un minimo di applicazione, utilizzare 200 kg se non anche 300 kg, cioè tutto il pacco pesi a cui si aggiungono tanti dischi da 10 kg (perché in palestra quelli da 20 kg latitano) e magari anche i due amici secchi che insieme fanno 125 kg. Duecentochiliduecento, trecentochiliwowchespettacolo pensando che alle milf perizomate freghi qualcosa.

Il peso sollevato non è quello caricato…

È interessante come la pressa si presti a descrivere una serie di concetti di Fisica, essenzialmente di Statica. Per prima cosa: il peso sollevato

Nel disegno una rappresentazione di una tipica pressa a carrello e dischi: c’è un carrello più o meno pesante che scorre su una guida composta da due barre cilindriche inclinate, a 45° o 60°, il carrello ha un sistema di rotelline di solito di nylon che devono essere molto robuste per durare. È possibile caricare sul carrello i pesi.

Il soggetto si posiziona su uno schienale che è regolabile in inclinazione. Lo schienale è di varia forma, da un semplice materassino rettangolare a cosa anatomiche che sembrano fighe ma poi sono scomodissime. Ci deve essere un modo per ancorarsi al sedile dato che quando il soggetto spinge tende a sfuggire dalla parte opposta: senza alcun supporto a cui ancorare le mani si deve fare affidamento all’attrito, rendendo scomodissimo l’esercizio. Tipicamente è grazie all’inclinazione dello schienale che si rimane incastrati.

È poi sempre presente un meccanismo di sgancio del carrello: a riposo il carrello è in alto, appoggiato su dei supporti, il soggetto spinge le gambe e muove o ruota una leva per spostare i supporti, in modo da poter flettere e gambe e far abbassare il carrello. Al termine, a gambe estese e con il carrello in alto, il soggetto muovendo la leva nel verso opposto rimetterà i supporti nella posizione iniziale e riappoggerà il carrello.

Senza questi supporti la prima ripetizione sarebbe dalla posizione di massima flessione, rendendo l’esercizio improponibile. Non solo, devono essere presenti delle battute di sicurezza, in modo che in caso di crollo verso il basso del carrello perché il tizio non ce la fa a sostenerlo, il carrello non scende sotto una certa altezza, evitando di squeezzare il coglione che ha osato troppo.

Sembra incredibile, ma per capire quanto peso si sta muovendo serve la Trigonometria. Il carrello scorre sulle guide che formano di fatto un triangolo rettangolo, con l’ipotenusa inclinata dell’angolo ϑ. La forza P del peso del carrello e del carico può essere scomposta in due direzioni, figura qua sopra a sinistra:

  • PPar – la componente parallela alle guide

  • PPerp – la componente perpendicolare alle guide

Ovviamente la somma vettoriale delle due componenti dà sempre P. Si noti come il triangolo delle forze sia rettangolo (le due componenti sono perpendicolari fra di loro) e un angolo sia proprio ϑ.

A destra le forze in gioco:

  • La forza P, suddivisa nelle sue componenti parallela e perpendicolare alla guida

  • La forza F del soggetto che spinge il carrello, e che supponiamo parallela alla guida

  • La forza di reazione R della guida stessa, che è perpendicolare alla guida: questa è la forza che impedisce al carrello di sprofondare nel metallo della guida, permettendo invece di scorrere sulla guida. Per questo motivo non può che essere perpendicolare alla superficie della guida.

Ora, è chiaro che la componente della forza P che è perpendicolare alla guida, PPerp, debba essere perfettamente compensata dalla forza di reazione R. Se così non fosse, e R fosse minore di PPerp, il carrello sfonderebbe la guida. Se invece R fosse superiore, il carrello si staccherebbe dalla guida… poiché queste cose assurde non accadono, le due forze hanno stessa intensità e direzione ma versi opposti e si annullano a vicenda.

Il soggetto, pertanto, deve contrastare la forza PPar, cioè in condizioni statiche (o quasi-statiche come sempre supponiamo), si deve avere:

 

1

Ma quanto vale PPar? Applicando la Trigonometria di base dei triangoli rettangoli (che si studia in tutte le scuole superiori e se non la sapete, come dire… sono cazzi vostri), è banale scrivere:

 

2

In altre parole, il soggetto non spinge tutto il peso ma… meno.

Ecco le inclinazioni tipiche delle presse da palestra: 45°, 60°, anche 30° (questa è più tipica di una slitta caricabile, però…). Consideriamo le forze in termini di kg equivalenti e non di Newton che è più significativo e supponiamo che P sia pari a 200 kg equivalenti, kgeq:

 

3

Per i nerd che devono trovare il fottuto pelo nell’uovo per fare l’interventino “si ma” e far vedere che sono cool, lo so anche io che le funzioni trigonometriche hanno come argomento i radianti e non i gradi, però queste sono le osservazioni dei nerd secchi di merda che chiamano le flessioni correttamente con il loro nome, piegamenti, ma ne fanno 3 di fila. 

Come vedete, nella pressa a 45° il carico da spingere è lo 0,71, o il 71% che è la stessa cosa, del carico… caricato (perché questo valore di 0,71? Perché… va studiatala Trigonometria), con quella a 60° il carico spinto è pari all’87% del carico totale, con la slitta a 30° il carico spinto è esattamente la metà di quello totale.

Ciò significa che i duecentochilogrammi-oh-yeah diventano dei meno esaltanti 140 kg, i trecentochilogrammi-ai-em-veri-strong si trasformano in ben più ragionevoli 210 kg. Perciò, un conto è cosa osservate, un conto è cosa sollevate. E senza parlare di tecnica di esecuzione o quant’altro.

Proprio perché il carico effettivo è inferiore a quello caricato, una buona pressa caricabile ha un carrello bello peso, dell’ordine degli 80 kg, meglio 100 kg perché avrete un peso fisso di base a cui aggiungere il resto.

Questa è la spiegazione del motivo per cui i proprietari delle palestre preferiscono una pressa con pacco pesi e selettori: è facile avere clienti che portano in giro decine e decine di dischi, esaurendo tutto il tonnellaggio (che oggi è minimale) della palestra stessa. 

Un altro modello che si ritrova spesso è quello appunto con il pacco pesi e il selettore. Il pacco pesi è agganciato al carrello con una serie di carrucole che, a seconda di come sono piazzate, possono variare il carico effettivamente spostato dal soggetto. In altre parole, i kg che si leggono sui mattoncini sono quelli reali oppure no? Dipende da come sono piazzate le carrucole e i cavi.

Questo è il modello very rozz, il mio preferito: in pratica il pacco pesi è tirato da un cavo che scorre su una carrucola, poi il cavo gira intorno ad un’altra carrucola posta alla base della pressa, dove finisce lo schienale, ed infine si aggancia in qualche modo al carrello. 

Seguite il percorso: se il peso P non si muove, questo è a causa della tensione R sulla corda. La tensione R farebbe ruotare la carrucola in alto in senso orario ma, dato che non si muove, esiste una tensione R dall’altro lato della carrucola stessa. Ripetete il ragionamento per ogni elemento, alla fine otterrete che il carrello non si muove se applicate una forza F pari alla tensione R, che a sua volta è pari alla forza peso P. 

Questo è un ottimo modello perché il carico del pacco pesi ve lo beccate tutto sulle cosce, senza antipatici giochini trigonometrici.

Risultati immagini per leg press

Ecco un esempio del meccanismo appena descritto. “Wow! Fantastico! Ma… perché nella palestra di mia nonna tutti gli ultracentenari con l’osteoporosi fanno 100 kg di pressa?”

È molto probabile che lo schema dei cavi della pressa sia simile a questo: il peso è tenuto da una corda che è agganciata al centro di una carrucola, su cui si avvolge il cavo che viene tirato: il vecchietto spinge il carrello, tira il cavo, il cavo fa ruotare la carrucola, la carrucola si sposta verso l’alto sollevando il peso.

Adesso ragioniamo come prima: il peso P è sostenuto dalla tensione R della corda, tensione che, a sua volta, “tira verso il basso” la carrucola in basso, quella più vicina al pacco pesi. Questa non si muove, pertanto deve essere equilibrata da altre forze, le due frecce verso l’alto ai lati della carrucola stessa. 

Si consideri la situazione a sinistra, qua sopra: le due forze verso l’alto sono differenti in intensità, pertanto una forza “tira” più dell’altra e la carrucola inizia a girare. Però noi siamo in condizioni di quasi-staticità, cioè il movimento è modellato come una serie di istantanee in cui in ognuna è tutto fermo, pertanto la carrucola non può girare (l’ipotesi di quasi-staticità in un movimento come la pressa è rispettata praticamente sempre a meno del momento di inversione).

Se perciò la carrucola è ferma, non ruota, le due forze devono avere la stessa intensità, nel disegno la stessa lunghezza come a destra. L’equilibrio delle forze permette pertanto di scrivere:

 

4

La forza necessaria per mantenere ferma la carrucola è la metà della tensione R che è a sua volta pari alla forza peso del carico. A questo punto, riportando la forza RC come prima funo al carrello, segue che la forza da applicare per tenerlo fermo è l’esatta metà della forza peso del carico stesso.

Anche in questo caso i kg sollevati non sono quelli osservati e 100 kg del pacco pesi diventano 50 kg, un carico che tutti possono sollevare con un po’ di allenamento, dato che in pratica si tratta di sollevare se stessi!

Ma che senso ha sprecare un pacco pesi da 100 kg di ferro per ottenere la metà del risultato? Chi progetta le macchine non potrebbe risparmiare 50 kg e far pagare di meno la pressa stessa?

Qua si entra nelle risposte ipotetiche, nelle opinioni e, come dice l’ispettore Callaghan, queste sono come i coglioni, ognuno ne ha due. Ecco le mie:

  • Magari il costruttore ha dei pezzi standardizzati per realizzare velocemente pacchi pesi che monta identici in tutti i modelli. Una pressa da “fitness” verrà demoltiplicata, una più hardcore avrà un rapporto carico:forza di 1:1, una ancora più hardcore avrà una moltiplica della forza. A livello industriale il risparmio economico segue la regola delle economie di scala: pochi pezzi tutti uguali e modulari per costruire tutto, anche a costo di sprecare qualcosa.

  • Magari una pressa demoltiplicata fa sentire Strong&Cool il cliente che rinnova l’abbonamento. Considerate se lo sforzo fosse moltiplicato e 4 o 5 mattoncini fossero pesanti come 100 kg: un durissimo colpo per la fragile autostima del palestrato medio che se salta un quarto di allenamento si vede sgonfio e flaccido già nella doccia.

Sinceramente, non ho mai trovato presse di questo tipo proprio perché il pacco pesi costa, ha un valore, e sfruttarlo per la metà di quello che vale non è propriamente da furbi. Ho trovato però delle “ercoline” demoltiplicate, quelle stazioni dove puoi fare le spinte in basso per i tricipiti e le croci ai cavi, Ah… ma come si crea una pressa moltiplicata?

La carrucola centrale è quella che opera la moltiplica: la forza R stavolta non agisce sul perno centrale, ma sul bordo della carrucola. Ragionando come nel caso precedente, le due forze inclinate a 45° verso destra devono avere la stessa intensità, altrimenti la carrucola ruoterebbe. Applicando l’equilibrio delle forze lungo la linea di trazione del cavo inclinato a 45° si ha:

 

5

La forza RC si trasmette tramite il cavo fino al carrello, e così la forza F per tenerlo fermo è proprio pari al doppio di R che a sua volta è pari a P: ho moltiplicato il carico.