Il multipower

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Il multipower è questo affare qua: un bilanciere che scorre su una guida, con un sistema di sgancio. Mi ficco sotto, sgancio il bilanciere dal blocco, faccio squat.

Ovvio che sia più facile di quello libero… non è che dobbiamo essere laureati in Biomeccanica Astrospaziale per capirlo: il movimento diventa un semplice su e giù, le richieste di stabilizzazione si riducono, non ci sono torsioni, rotazioni, lo squat diventa un movimento che si svolge puramente sul piano sagittale (ok non sottilizziamo eh…)

Il multipower è l’emblema dello squat degli handicappati motori e chi fa squat al multipower viene visto da quelli cool della palestra come un povero ritardato. In pratica, è lo squat dei poveri. 

Come sempre la visione binaria del palestrato medio (uno – serve per la massa, zero – non serve per la massa) fa sì che questo affare o sia indispensabile o un oggetto del Maligno.

Nel mondo del movimento funzionale a che non si sa, un esercizio guidato come questo viene additato addirittura di non far utilizzare i muscoli stabilizzatori, creando squilibri di tutti i tipi. Ovviamente questo non è vero, ma anche se fosse vero… uno farà il multipower e poi degli esercizi per gli stabilizzatori, cioè… mica è proibito eh…

Al contempo, moltissime esibizioni di forza del palestrato medio vengono proprio dal multipower con mezzi squat con carichi assurdi. Mezzi squat al multipower e mezze ripetizioni alla pressa, un classico.

Infine, c’è chi usa il multipower perché lo ritiene più sicuro per la schiena, quando di fatto non può essere così: basta fare uno squat al multipower tutto curo con la schiena a C e si capisce che la protezione sia un’utopia.

Il multipower è semplicemente uno strumento, tutto qua. In una palestra non presidiata e con gente di valore medio basso, tipo gente che vuole “socializzare” quando trombano sempre i soliti, gente che si vuole rilassare, gente che non fa gambe perché tanto gioca a calcetto, il multipower impedisce a questi inetti di farsi male rovesciando il bilanciere libero che si trova in un rack. 

A me personalmente il multipower non piace, però non capisco nemmeno la fissa di quelli che lo odiano con tutte le loro forze.

L’importante, nella scelta di un multipower, è che gli attriti siano minimi, altrimenti il movimento risulta davvero troppo differente da uno squat reale. In tutti i campi di Atletica Leggera c’è un multipower, chiamato “castello” o con altri nomi, e di varie forme, da quello della palestra a quello fatto con tubi che scorrono uno dentro l’altro.

Noi ne avevamo uno che era un bilanciere che scorreva fra due coppie di tubi Innocenti, e alla fine ingrassato a dovere faceva il suo sporco lavoro, poi ne facemmo proprio uno con dei tubi a scorrimento. L’attrezzo ve lo ritrovate così in tante preparazioni atletiche: tipicamente il palestrato medio che fa squat con centochilogrammisottoilparallelocomeipielle critica sempre i video dei calciatori che fanno squat al multipower, non capendo che lui fa centochilogrammisottoilparallelocomeipielle ma non prende una lira, quelli fanno squat al multipower e guadagnano milioni.

In questo articolo verrà illustrata una analisi biomeccanica del multipower perché sembra incredibile come un oggetto da rozzi palestrati, permetta di disquisire di concetti complessi come forze interne ed esterne e di iperstaticità. 

Non so chi leggerà questa roba, né cosa ci farà. Di sicuro questo articolo non mi farà salire nel ranking di Google perché è un mattone tremendo… però come per l’articolo sul Sissy squat, io non ho trovato questi concetti nei vari articoli sul tema, anche d’oltreoceano.

Facendo riferimento all’articolo sull’omino di ferro che fa squat, ecco qua sopra un omino che fa squat al multipower: l’unica, apparentemente innocua differenza è quella forza T che “spinge” verso destra l’omino, permettendogli di assumere una posizione impossibile senza.

Il multipower è infatti un bilanciere guidato, che può spostarsi lungo la verticale ma non in direzione orizzontale, perciò lungo questa direzione è come se fosse un muro impenetrabile: voi lo spingete con una forza e quello reagisce con una controforza, appunto, T. Ovviamente il verso della forza è quello in figura se vi sbilanciate indietro, ma se vi sbilanciate in avanti il verso è opposto, cioè il muro non è dietro ma davanti.

Lo so che ora vi faccio un elenco che non ve ne può fregare di meno, ma per completezza vi dico che valgono le solite ipotesi del modello dello squat, quasi-staticità, bidimensionalità, peso degli arti inferiori trascurabile bla bla bla. Ok?

L’unica cosa, mi si conceda, è considerare tutta la massa del sistema soggetto-bilanciere come concentrata nel Centro di massa a distanza LC dall’anca. Questa distanza è pari a: 

 

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Si indica con MC la somma della massa del bilanciere e dell’HAT, si ha:

 

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In questo modo lavoreremo con il disegno qua sopra, con solo una forza peso, per comodità.

Vi prego adesso di cercare di seguire i passaggi successivi, dove non ci sono formule ma sono concettualmente importanti e assolutamente non banali: la comprensione e la dimestichezza con questi concetti fanno la differenza fra chi le cose pensa di saperle e chi le sa, mi spiace essere stronzissimo, però in questo caso è così.

Si supponga che l’omino sia perfettamente rigido, cioè la schiena non ruota intorno all’anca, il femore non ruota intorno al ginocchio. Questo significa che i momenti all’anca e al ginocchio sono tali da mantenere l’equilibrio. 

Ok, ricordiamoci che questi momenti sono interni al sistema, non hanno contatti con l’esterno. Come abbiamo visto nel precedente articolo, forze e momenti interni al sistema in studio possono non essere considerati nei ragionamenti quando si considera il sistema che interagisce nella sua interezza con l’esterno.

Ma quali sono i punti di interazione del sistema con l’esterno?

  • La forza peso PC totale del sistema, che è l’interazione della massa totale con la l’attrazione gravitazionale.

  • La forza T dovuta al contatto del sistema con il vincolo

  • La forza di reazione, R, della caviglia che è a contatto con il suolo, cioè la forza che impedisce a ciò che è sopra la caviglia di sprofondare nel pavimento, muovendosi anche in orizzontale.

  • Il momento meccanico alla caviglia, τC, dato che agisce sì con la tibia, interna, ma anche con il pavimento, che è esterno.

Posso così ridisegnare l’omino di ferro come qua sopra, come se fosse un corpo unico e informe, lasciando solo i punti di interazione con l’esterno. Non conosco ancora il valore dei momenti all’anca e al ginocchio, ma dato che affermo che i pezzi interni siano in equilibrio, tutte le grandezze incognite non contribuiscono al calcolo delle grandezze esterne, al confine del sistema.

Questo è un passaggio importante su cui vi prego di fare una riflessione. Ovviamente il momento τC, la forza di reazione R della caviglia e la forza T del multipower non sono note, e vanno calcolate.

Si applichi adesso la prima legge della Statica: affinchè un corpo sia in equilibrio traslazionale la somma vettoriale di tutte le forze che su di questo agiscono deve essere pari a zero.

Ecco pertanto la situazione: la forza R è tale che chiude il poligono delle forze. Se si nota, la forza R si scompone lungo l’asse x proprio con una componente pari a –T, e lungo l’asse y con una componente pari a –PC. In formule:

 

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Cioè:

 

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Scrivendo l’equazione nelle sue componenti lungo x e y:

 

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Non conosco ancora il valore di T, però intanto ho trovato il legame fra T ed R. Adesso è importante analizzare questo risultato

A sinistra le forze che nel modello agiscono sulla caviglia, ma che di fatto nella realtà sono sotto la pianta del piede e non puntuali ma distribuite (nel senso che la forza che il pavimento esercita sul piede agisce su tutta la pianta).

La forza di reazione R è composta così da due componenti, una che è verso l’alto pari al peso del sistema e che evita che tutto trapassi il pavimento, e una verso sinistra pari a –T. Ma… cosa è questa forza che si rende necessaria per equilibrare quella generata dalla guida del multipower? Questa è una forza di attrito fra la suola della scarpa (o la pelle del piede) ed il pavimento. 

A destra il caso dello squat: la forza di reazione alla caviglia è pari alla forza peso del sistema cambiata di segno, non è presente una componente di forza d’attrito orizzontale. Questa è una delle differenze fra squat libero e squat al multipower con i piedi molto avanti: con il multi è possibile tenere delle posizioni impossibile nella configurazione libera (la forza T della guida impedisce di cadere indietro in questo caso) m è necessario l’attrito fra piede e pavimento.