Lug 4, 3 anni ago

Il metodo di Bosco, 1

Vorrei fare una piccola premessa, per essere chiari. Carmelo Bosco non ha bisogno di presentazioni, ricercatore italiano di fama internazionale, fisiologo e biomeccanico di rilievo mondiale. Il problema però è che secondo me viene citato a sproposito, facendolo diventare una specie di deus ex machina che salva quando non si sa che dire. Sono anni, cioè, che in certe discussioni quando l’altro non sa che cosa dire ti spara “lo dice Bosco”, “leggi Bosco e poi mi dici” o cose del genere. Bosco di qui, Bosco di là…

Bosco è l’inventore di uno dei primi test su pedana dinamometrica. Ho sempre letto di questo test, certe volte ho trovato delle formule che non mi sono mai tornate. Giorgio, un mio amico di Facebook, mi ha passato dei dati che ha ottenuto con uno strumento credo similare, ho cercato di dargli una mano per interpretarli ma non ci sono riuscito. Mi ha passato così un file con le specifiche delle formule, comprensivo dell’indicazione degli studi relativi.

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Ho così potuto trovare questo piccolo concentrato di conoscenza, [1], dove Bosco è affiancato a due nomi illustrissimi della Fisiologia e della Biomeccanica. Lo studio è del 1983, cioè di 30 anni fa, quando c’erano forse le videocassette e i tracciati erano con i pennini: è certo che Bosco sia stato così un pioniere e questo studio è stracitato in letteratura, come oramai vi è un quantitativo di dati immenso sul test del salto, con contromovimento, da varie altezze e così via.

In pratica si fanno dei salti sopra una pedana che registra la forza di pressione dell’atleta, o in qualche maniera il tempo di volo e di contatto dell’atleta stesso, tramite i quali si determina poi la potenza del salto e altri parametri derivati. Oggi esistono diverse tecniche, dinamometriche, optoelettroniche, con accelerometri, con accelerometri e giroscopi e così via, tutte che utilizzano la metodologia di Bosco.

Posso affermare senza essere tacciato di presunzione che OGGI sarei anche io in grado di costruirmi una pedana di Bosco, con due WiiFit, 140 euro di spesa, sicuramente precisa quanto quella originale. Non lo faccio perché è come per il BANG Project, molto più complicato, che ho terminato, tutti ti dicono “bravo” ma poi che ci fosse una Università che lo prova, che sono sempre a piangere miseria e qui con 100 euro fai tutto.

Ora, come sempre succede quando una metodologia si consolida, è facile che questa diventi scontata, che diventi un semplice insieme di passaggi e di formule, che si perda il senso di quello che si sta facendo.

Per utilizzare a pieno questa tecnica, così come tutte le tecniche complesse, è necessario conoscere bene i passaggi del procedimento utilizzato, cioè la Matematica che c’è dietro, che è la descrizione del modello fisico utilizzato. Se non si capiscono i calcoli è impossibile capire il punto determinante: le ipotesi semplificanti su cui si basa il modello fisico utilizzato.

“Eh ma quanto la fa lunga… si mette tutto su Excel con i dati e le formule e via, alla fine a noi interessano solo i risultati”. Giusto. Il problema è che chi ragiona così poi ottiene dei numeri senza senso, perché comprender le ipotesi del modello permette poi di rispettarle, ed ottenere dei dati congruenti.

Lo so che sembra difficile, e diciamo che lo è, ma vedremo dopo nella pratica che significa. Per adesso un esempio che sembra stupido solo perché lo leggete: se nel modello di Bosco ci fosse scritto di saltare con una gamba sola e voi il soggetto dell’esperimento lo fate saltare con due gambe, i numeri che verrebbero fuori sarebbero sbagliati, potenze ed elevazioni senza senso.

Se siete dei bovini, ok manco ve ne accorgete e sparate i numeri al cliente che magari non sa un cazzo manco lui (a questo punto magari il soggetto migliora, ma per chissà quale motivo… e succede eh…), se siete mediamente intelligenti, vi accorgete che qualcosa non quadra ma non sapete come rimediare. Ecco a che serve conoscere bene il modello di Bosco. Per non dire cazzate.

In questo articolo io riporterò ciò che ho capito, studiato e, principalmente, tuuuuutti i passaggi, anche quelli più banali, ma fondamentalmente quelli che necessitano di approfondire. Perché denoto uno dei soliti fenomeni del mondo scientifico: se la tecnica è vecchia, come in questo caso, negli ultimi studi si trovano solo dei riassuntini del metodo, come in [3], che sono incomprensibili (mi viene da pensare che siano stati solo ricopiati certi passaggi eh…) perché non vengono spiegate le approssimazioni utilizzate.

Perciò, non voglio essere presuntuoso, ma questo è il classico lavorino di fino della serie “almeno una volta nella vita”. Tenetelo di conto e se volete usarlo in qualche tesi me lo dovete chiedere, se lo usate senza chiedermelo non è che vi faccio causa, semplicemente siete degli stronzi e potete andarvene affanculo.

Poiché io mi sono fatto il culo per capire, mi permetto anche di criticare certe scelte e certi passaggi che non sono, secondo me, precisi, anche se li hanno scritti Bosco e Komi, come anche se li avessero scritti Hakkinen, Enoka, Zatsiorsky, Verkoshansky, Bompa, Siff.

Ho sempre pensato che la Matematica e la Fisica dietro certe formule dovessero essere semplici (infatti lo è, solo che il laureato in Scienze Motorie non ce l’ha nel suo bagaglio di conoscenze), solo che mi ero sempre chiesto quali fossero le ipotesi sottostanti. Alcune sono abbastanza ardite, devo dire, comprendo certe difficoltà ma comunque sono molto molto ardite. Alla fine tutto il modello è validato con dei dati sperimentali che sono in accordo, ma devo dire che le semplificazioni e le supposizioni sono molte.

Farò riferimento a [1] e a [2], dal primo citato, ripercorrendo tutti i passaggi.

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La pedana registra la forza di pressione dei piedi del soggetto, in pratica si va a registrare il centro di pressione, C.P., che è la proiezione al suolo del centro di Gravità, C.G. Questa di fatto è la prima ipotesi del modello: si registra lo spostamento verticale del C.G. del soggetto, il che porrà, come vedremo, dei punti di attenzione.

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La figura è tratta da [2] e rappresenta la forza applicata nel tempo alla pedana dinamometrica dai piedi di un soggetto che salta dalla posizione di semi-squat indicata nel disegno precedente.

· La linea tratteggiata indica la forza peso del soggetto, cioè se il soggetto sta fermo in piedi la pedana registra un valore di forza pari a quello indicato dalla linea:

· Nel momento in cui il nostro amico salta verso l’alto, la forza sulla pedana aumenta, infatti si nota come la curva si innalzi sopra la linea tratteggiata, poi man mano che il tizio si stacca dalla pedana per andare per aria la forza con cui la pedana viene premuta torna a diminuire fino ad azzerarsi nel momento del completo distacco da questa, l’istante 4.

· Al momento in cui il soggetto torna a terra si ha una nuova forza sulla pedana, che inizia a crescere all’istante 5.

Per dare una chiave di lettura, il tempo di volo del soggetto è pari al tempo che intercorre fra l’istante 4 e l’istante 5, in cui la pedana non registra nulla perché il soggetto è per aria.

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Questo invece è il salto con contromovimento: dalla posizione eretta il soggetto raggiunge la posizione di semi-squat ed inverte il movimento per saltare in alto. Il contromovimento fa immagazzinare energia elastica nei muscoli e nei tendini e permette così di saltare di più.

Sono degli anni ’70-’80 moltissimi studi pregevoli sulla tematia, perché si iniziava ad avere a disposizione la tecnologia adatta a misurare con precisione le grandezze utili all’analisi. In questi articoli, però, non tratterò questi aspetti perché mi interessa proprio la tecnica della misurazione di Bosco, non le teorie fisiologiche che ne sono derivate.

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Sempre da [2], ecco un tracciato dinamometrico del salto con contromovimento:

· Fra gli istanti 1 e 2 la forza esercitata sulla pedana diminuisce rispetto alla forza peso del soggetto perché… il C.G. del soggetto si sposta verso il basso e per fare questo il soggetto “tira a se” le gambe, esercitando meno forza.

· Quando il soggetto torna ad esercitare forza con le gambe, la velocità di discesa diminuirà fino ad azzerarsi per poi diventare velocità di ascesa, l’istante 2.

· Da questo istante in avanti la situazione è come la precedente.

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Questo invece è un salto verso il basso da un plinto, si considera l’istante di contatto del soggetto al suolo, in pratica è una versione potenziata del contromovimento perché il C.G. si abbassa, oltre che per effetto dell’”accovacciamento” del soggetto, anche della quota dovuta all’altezza del plinto stesso.

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Questo è il tracciato dinamometrico del salto dal plinto: si registra un impulso perché il soggetto atterra improvvisamente sulla pedana, non stazionandoci sopra come nei casi precedenti.

Nel prossimo articolo entreremo nel merito dei calcoli del modello e delle ipotesi che devono sempre verificarsi.

 

Bibliografia

[1] – A Simple Method for Measurement of Mechanical Power in Jumping – Bosco, Luhtanen, Komi – European Journal Of Applied Physiology, 1983

[2] – Storage of Elastic Energy in Skeletal Muscles in Man – Asmussen, Bonde-Petersen – Acta of Scandinavian Physiology, 1974

[3] – Center of gravity height calculation and average mechanical power during jump performance – Giminiani, Scrimaglio – Italian Journal Of Sport Sciences, 2006

 

 

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