Giu 28, 3 anni ago

Le abilità motorie

Proseguo nella scrittura di quelle che sono considerazioni a ruota libera, organizzate ma sempre a ruota libera, sulla tecnica. Più ci ragiono e più mi accorgo che ciò che a mio avviso manca è una lettura globale, un filo logico che leghi informazioni che… già ci sono.

In questo articolo parlerò delle abilità motorie, e di come si diventa “abili”, non la spiegazione fisiologica/neurologica, ci girerò intorno. Poi cercherò di far capire che una capacità condizionale come la “resistenza” sia dovuta sì a fattori metabolici, ma anche da fattori coordinativi. Questo non lo troverete da nessuna parte, perciò o io sono intelligentissimo oppure, semplicemente, ho messo insieme pezzi che ho studiato collegandoli in un certo modo.

Vi prego, pertanto, di leggere con attenzione ed essere molto critici. Perché quello che dirò è qualcosa su cui si fonda parte del mio modo di pensare e mi piacerebbe un parere.

Quante volte abbiamo sentito “lui ha tecnica” o “lui è abile”. Abilità, motorie in questo caso. Provate a chiedervi cosa significhi il termine “abilità”, il classico caso in cui sembra tutto banale ma poi non vengono le parole fuori dalla bocca. Poi: essere abili ed essere tecnici è la stessa cosa? Si, no… io vi illustro quello che ho capito, mi sono cioè fatto un modello operativo, qualcosa che mi permetta di spiegare ciò che vedo, delle definizioni coerenti fra loro.

Lo scrivo perché quando si affrontano questi argomenti è facile poi farsi prendere la mano, come nella definizione di “forza” che ce ne sono 2000. Scriverò qualcosa che ha un inizio e una fine e che nel mezzo torna sempre.

Cito il libro che ho studiato per l’esame di Teoria e Metodologia del Movimento Umano, perché fra tutte le definizioni di “abilità” qua ho letto quella che mi è piaciuta di più:

“Come possiamo definire l’abilità? Pensiamo che il modo migliore per poterlo fare sia quello di farla coincidere con il concetto di compito, di saper fare, di saper agire con efficacia (n.d.r. efficacia, cioè il saper cogliere il risultato prefissato). La riuscita del compito sarà l’elemento di valutazione del grado di abilità.

(…)

Il concetto di abilità oltre al concetto di saper fare contiene in se anche un presupposto implicito di riuscita del compito e dunque di qualità dell’agire. Avere abilità motorie non vuol dire infatti che il soggetto si sa muovere, ma che si sa muovere bene e lo fa con sicurezza e sistematicità. Chiameremo competenze motorie quelle abilità che hanno una elevata percentuale di efficacia e di riuscita nel compito”

Bene. Vi torna? Io dico che ad alcuni viene da pensare “si… boh… il compito… ma certo… però…”. Provo a fare un po’ lo psicologo da bar. Chiunque si avvicini a Scienze Motorie o a studi sul movimento ha un background sportivo, ama lo sport. Se siete dei calciatori o dei giocatori di basket vi ritroverete molto bene in questa definizione, se invece siete ginnasti o sollevatori di peso… vi sembrerà ridondante.

Ma andiamo avanti. Essere motoriamente abili significa pertanto saper fare qualcosa di motorio bene, ottenendo ciò che si vuole: questo si ottiene con l’utilizzo integrato delle varie capacità motorie condizionali e coordinative, mixate nella giusta maniera. Una abilità è pertanto un cocktail di capacità, e le capacità risultano essere le unità di base delle abilità.

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Anche per le abilità motorie non poteva mancare una classificazione, che riporto qua sopra. Mi concentro solo sulle ultime due, le altre sono autoevidenti.

Una abilità motoria si definisce chiusa quando si manifesta in un ambiente stabile, prevedibile, senza che siano necessari adattamenti dell’abilità stessa all’ambiente. Il sollevamento pesi, la ginnastica, il nuoto, l’atletica indoor sono tutti sport in cui si manifestano abilità chiuse, perché l’atleta che vada in un palazzetto di New York o del Burkina Faso, se vi è l’adesione ad un regolamento internazionale, pedane, piscine, pesi, attrezzi saranno sempre identici.

In questo caso il compito non cambia mai, è sempre lo stesso: sollevare più peso possibile, eseguire un esercizio secondo canoni prestabiliti, arrivare al traguardo nel minor tempo possibile. Per ottenere questo risultato, bene o male in ogni contesto si sono definite delle modalità ottimali, cioè delle “tecniche”. Possiamo dire che la tecnica sia pertanto un insieme di movimenti codificati che devono aderire a certi canoni prestabiliti, che permettono di ottenere il massimo risultato. In questa codifica è prevista ovviamente una personalizzazione sulla base del soggetto che si muove o che muove qualcosa, però alla fine vi è una standardizzazione: nello stile libero nessuno vieta di nuotare come una balena spiaggiata, ma alla fine tutti utilizzano la tecnica del crawl che è quella che meglio sfrutta le potenzialità propulsive umane, sebbene ogni atleta devii poi dal modello canonico, con sue particolari personalizzazioni.

In una abilità chiusa si parla di “tecnica”, dell’abilità di dominare atti motori complessi perché è grazie a questa tecnica che si primeggia in queste abilità. La tecnica è così un fine.

Una abilità motoria si definisce aperta quando si manifesta in un ambiente instabile, imprevedibile, soggetto al caso e che richiede adattamenti continui di ciò che si sta facendo. La vela è uno sport ad abilità aperte, perché possono cambiare le condizioni del mare, così come il tiro al piattello perché il piattello può scappare da vari punti e con varie traiettorie, il pugilato analogamente perché vi è un avversario, così come tutti gli sport di squadra, per la presenza di avversari e compagni. In questo caso la variabilità è data dalle possibilità di interazione mutua fra soggetti.

Il compito è così sempre diverso, perché cambia l’ambiente in cui questo si manifesta. Lo scopo finale può essere sempre di fare goal, ma il compito di fare goal cambia a seconda che vi siano 2, 3, 4 giocatori intorno, un compagno vicino a cui passare la palla e così via.

In una abilità aperta si parla di “skill”, l’abilità di fare la cosa giusta al momento giusto. Per fare la cosa giusta al momento giusto è necessario riadattare quello che si sa fare al contesto del momento, cioè si tratta di adattare la tecnica al momento. In questo tipo di attività la tecnica è un mezzo e non un fine.

Gli anglosassoni parlano di closed skills e di open skills, e distinguono fra technique e skill. Poi ovviamente io dopo un po’ mi annoio con le definizioni in se, preferisco concentrarmi sui concetti. La distinzione fra closed skills e open skills risulta evidente quando uno la legge, ma è poi la fonte di incredibili incomprensioni quando si vanno a fare le preparazioni atletiche.

Le open skills si manifestano in quelli che si definiscono “sport di situazione”, un altro modo di dire “open”. In uno sport di situazione non conta la tecnica, conta raggiungere un obbiettivo. Questo per dire che il miglior palleggiatore del mondo i goal non li farà, così come il miglior stuntman freestyle nel cross non vincerà una gara di motocross e il miglior nuotatore sui 100 stile libero non sarà un bravo giocatore di pallanuoto. La tecnica in questo caso non serve, cioè serve se utilizzabile per un certo compito, infatti il più forte calciatore non è il miglior palleggiatore, il più forte crossista non sa fare il giro della morte con la moto, il miglior pallanuotista arriva esimo in una gara sui 100 metri nuoto.

Negli sport open skill la tecnica è determinante, ma non ha senso allenarla oltre un certo livello, ha senso allenarla, come si dice, in un contesto situazionale. Per chi è abituato a sport “chiusi” la realizzazione del compito passa per il diventare sempre più bravo nei soliti movimenti, ripetuti all’ossessione per meccanizzarli e limarli sempre di più. Per chi è abituato a sport “aperti” la realizzazione del compito passa per l’acquisizione di abilità di lettura del contesto e di presa di decisione che non sono presenti nel primo caso. Per questo motivo la definizione di abilità è così strutturata: deve poter comprendere tutte le situazioni.

Un inciso: quando io scrivo “non mi ritengo competente” voglio intendere che non ritengo di avere conoscenze pari ad un esperto, non che non so un cazzo come molti interpretano, spiegandomi le cose. Io non mi ritengo competente nelle preparazioni atletiche di certi sport nel senso che mai mi permetterei di scriverne una, ma qualcosina la so, quanto basta per capire se una preparazione atletica faccia cacare o meno.

Un errore madornale nelle preparazioni atletiche dei vari sport è non capire quali abilità siano necessarie, errore che deriva dal considerare le abilità motorie come mera somma delle capacità motorie. Prendiamo il solito caso del Calcio: il calciatore corre per 90’, perciò deve essere resistente, però fa anche scatti, perciò deve essere veloce. Ragionando così si vanno a potenziare le capacità motorie di resistenza, velocità e forza… ma come?

Come abilità CHIUSE: la resistenza come capacità di protrarre nel tempo un dato movimento, perciò allenandola come un corridore di resistenza che compie movimenti ciclici, la velocità come capacità di muovere il corpo il più velocemente possibile, perciò allenandola come uno sprinter, la forza come capacità di generare la massima tensione muscolare ad una certa velocità di rotazione articolare, perciò allenandola come un pesista.

Ma in realtà il Calcio consiste in abilità APERTE: a seconda della situazione userò un po’ di forza, un po’ di resistenza, un po’ di velocità. Abbiamo detto che non occorre allenare la tecnica di queste oltre un certo livello, occorre invece allenare l’abilità a sfruttarle nelle situazioni che si creano, vanno cioè ricreate situazioni allenanti in funzione della gara, della partita. O, se volete, va compresa la specificità delle richieste dello sport che si sta analizzando.

Le richieste di capacità condizionali e coordinative sono proprie di ogni sport ed è un errore volerci vedere quello che non c’è. Allenare un calciatore con gli squat e la panca è sbagliato, così come fargli fare gli sprint sui 60 metri o i 300, perché è roba che non utilizzerà. Si possono anche fare, mica muore nessuno, ma non oltre un certo livello, semplicemente perché oltre un certo livello non servono più.

L’errore che vedo è prendere delle abilità aperte e spezzettarle in abilità chiuse, per allenarle: si perde il fatto che il totale, l’abilità aperta, è maggiore della somma delle parti, le abilità chiuse.

Attenzione anche a non leggerci un “merito” in quello che ho scritto: non è che le abilità aperte siano “meglio” di quelle chiuse, sono solo differenti, necessitando di una lettura del contesto e di una presa di decisione che non sono richieste nelle abilità chiuse.

Allo stesso tempo, non fossilizzatevi su una distinzione nettissima:

Le abilità aperte hanno la loro tecnica, cioè dei movimenti fondamentali che vanno affinati, automatizzati, delle abilità chiuse che si ritrovano sempre. Che so… condurre la palla, palleggiare e così via. Più queste sono dominate, più sono automatizzate, più tempo in azione può essere dedicato ad altro, alla lettura del contesto e alla previsione dell’azione stessa.

Le abilità chiuse hanno la loro variabilità, a parità di carico uno squat è sempre diverso da un altro, cambia il punto di appoggio del bilanciere, durante la risalita ci può essere un momento di perdita di controllo che crea un assetto da recuperare e così via. Lo squattista abile è capace a recuperare tutto questo, a riadattare ciò che sta facendo a queste perturbazioni, piccole rispetto ad una partita di calcio ma enormi per un qualcosa che deve sempre essere identico a se stesso.

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Possiamo dire che sono oramai noti i meccanismi di apprendimento delle abilità motorie, perché sono noti i meccanismi di apprendimento del Sistema Nervoso: vengono create delle connessioni fra neuroni, meccanismo valido per tutti gli esseri viventi, il che è sorprendente.

Nel disegno una rappresentazione assolutamente macroscopica del processo di apprendimento che porta al miglioramento delle abilità motorie, inutile adesso entrare in dettagli che farebbero distrarre.

· La coordinazione grezza – quando si impara un movimento nuovo l’esecuzione è a scatti, incerta, rigida. Si sbagliano i singoli movimenti parziali, non ci ricordiamo la sequenza completa, sudiamo come disperati nel Sahara. Importante: siamo molto attenti e concentrati su quello che facciamo, sui segnali che riceviamo, sul capire se stiamo facendo bene oppure male.

In questa fase stiamo mettendo in relazione le sensazioni interne, propriocettive, esterne, esterocettive, con ciò che vogliamo fare e con ciò che invece abbiamo fatto, e stiamo memorizzando il compito da svolgere.

Stiamo, cioè, creando i circuiti nervosi che si attiveranno per quel determinato compito motorio. Nella creazione di questi circuiti se ne creano molti altri spurii, che inducono movimenti inutili insieme a quelli utili, movimenti detti sincinesie e che, essendo presenti, inducono fatica perché devono essere compensati. Ricordatevi di quando avete imparato un movimento semplice come la panca e il bilanciere saliva a scatti e ondeggiando, eppure voi lo volevate far salire bello dritto sopra di voi…

· La coordinazione fine – continuando nell’allenamento, nella pratica, i movimenti diventano sempre più fluidi, precisi, le sbavature vengono eliminate, cioè le sincinesie si attenuano e anche spariscono, si fa meno fatica nei soliti movimenti che possono anche essere eseguiti più velocemente.

Non accade solo questo: il movimento diventa sempre meno “cosciente”, cioè il controllo di quello che si sta facendo inizia a diminuire, non che non ci sia controllo, ma non c’è bisogno che ci sia in maniera così continuativa, tanto che ci si può concentrare su altri aspetti. Alla fine il movimento diventa automatico, infatti si dice che si diventa bravi a fare qualcosa quando non si pensa più a come farla.

Ciò che accade è che vengono a rinforzarsi i circuiti neurali propri di quel compito e a disconnettersi quelli che non servono, vengono memorizzate le sensazioni e principalmente il controllo del movimento viene demandato a strutture cerebrali più distanti dal pensiero cosciente, nel cervelletto e nel midollo spinale. In altre parole, il fatto che non ci si pensi più al movimento ha un suo corrispettivo fisiologico: il controllo è spostato dalla corteccia cerebrale ad altre strutture inferiori, come se il programma motorio diventasse un sottoprogramma che viene lanciato dal programma principale.

· La stabilizzazione della coordinazione fine – è la massima espressione dell’abilità motoria, la capacità, cioè, di adattare lo schema motorio a qualsiasi situazione. Un giocatore di basket di livello sa tirare a canestro a campo vuoto con una percentuale di successo del 100% in qualsiasi posizione, ma la sua vera abilità è che fa canestro anche quando, durante l’azione, viene tirato giù, spostato, fatto ruotare da un avversario, o lo fa perché riceve una palla di cui ha solo visto il lancio, mette le mani e prende la palla.

Attenzione anche qui a non concentrarvi solo sul movimento in se: a questo livello il movimento è così assimilato che non solo può essere adattato a qualsiasi situazione, ma può essere eseguito così in automatico da permettere all’atleta di concentrarsi sulla scena intorno a lui, anticipare, prevedere, in modo da avere più tempo per decidere.

Ora, indipendentemente dal tipo di abilità, come si diventa “abili”? La risposta è semplice e crudele: poiché i circuiti neurali, che siano sensori, decisionali, di memoria, effettori, si creano sottoponendo il Sistema Nervoso a certi stimoli per ottenere certe risposte, è necessario provare per N-mila volte.

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Ecco come si fa: in maniera iterativa. Lo schema è tarato per “esercizi”, tipicamente abilità chiuse, ma è del tutto analogo se sostituite “esercizio” e “tecnica” con “skill”, perché ciò che non cambia è l’applicazione di uno stimolo. Perciò, si prova, si confronta con un riferimento, si analizzano le differenze, si cambia qualcosa e si riprova. Fine.

Non ci sono armi segrete, tecniche dei punti di pressione, antiche arti meditatorie, integratori o bombe stratecnologici, funziona così perché il Sistema Nervoso funziona così.

Chiaramente, lo schema nasconde alcuni subdoli particolari:

· La tecnica ideale… va conosciuta. Il riferimento d’eccellenza deve essere noto, in tutti i suoi aspetti. Il coach, che siate voi oppure un vero coach, deve conoscere il riferimento.

· L’analisi delle differenze… va saputa fare. Questa è una abilità che non è conseguenza della conoscenza della tecnica ideale, che è una condizione necessaria ma non sufficiente. Questa è una vera e propria capacità di osservazione dei particolari fini, durante l’esecuzione che può essere molto veloce e senza replay.

· Modificare… cosa? Come sopra, è qualcosa di più: è la comprensione delle cause degli errori e del punto in cui si generano, insieme alla capacità di guidare l’atleta in una modifica di quello che fa.

Conoscere cosa si vuole ottenere e perché, saperlo riconoscere o meno e saper operare dei cambiamenti sono caratteristiche proprie dell’arte dell’allenamento, ma qui inizia la proiezione di in un altro film.

Voglio invece evidenziare un punto determinante: quando si smette di girare nello schema? Idealmente, mai: c’è sempre qualcosa da imparare. Però uno stop deve esserci, uno stop operativo: io stabilisco che il livello prestativo richiesto sia sufficiente ai miei scopi, cioè sono lontano dalla perfezione, ne sono cosciente, ma mi fermo perché mi basta.

Questo aspetto è poco compreso, invece, perché tutti si innamorano di quello che fanno. Di per se non c’è nulla di male, i problemi nascono, come sempre, quando si estende quello che si fa ad altri ambiti.

Torniamo alle preparazioni atletiche: una squadra di rugby che livello di alzate olimpiche richiede? Quanto deve girare nello schema per ottenere un risultato utile? Vale la pena tenere i giocatori ad imparare lo strappo con il manico di scopa per 1 mese? Oppure meglio sarebbe insegnare un power clean sicuro per le articolazioni ma anche sporco in certi particolari?

Qua non si tratta di inventare nuovi esercizi specifici per il tal sport, ma avere l’abilità di girare dentro quello schema e fermarsi ad un certo momento, reinterpretando esercizi ed essendo coscienti che quello che si sta facendo ha difetti, ma che non sono tali per quello che serve.

Invece o la preparazione atletica è toppata perché diventa un altro sport, atleti tenuti a fare cose che non gli competono, oppure si vedono obbrobri fatti alla cazzo rivestiti della giustificazione della specificità per il tal sport.

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