lug 18, 4 anni ago

One hundred miles on the road to Westside

Massimiliano è andato per lavoro negli States, torna e in uno dei nostri panino-meeting racconta che è andato nella palestra di Simmons, al famoso Westside Barbell Club. Lo obbligo, letteralmente, a scrivere un resoconto. Non ci fa un favore, ce lo deve: lui va lì e… sta zitto? Non condivide? Eh no no no.

Dovrei scrivere un cappellino di presentazione, ma l’invidia mi fa troppo rosicare… Ok, ci provo.

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Per prima cosa, questo è massimiliano: 290 kg di squat bellissimi all’ultima gara FIPL. Non stiamo parlando del primo che passa, che si fa abbagliare da nomi, numeri, titoli. Questi 290 vengono da anni di allenamenti attenti, meticolosi, da una ricerca e una voglia di capire. Se lui si è emozionato, è perché sa con chi sta parlando.

Nel racconto percepirete un aspetto fondamentale di tutti quelli “di successo” di stampo USA: non se la tirano. È un mix di marketing e di spontaneità che qua non c’è. È cioè previsto che al Westside Barbell vengano dei visitatori, ma sono accolti con una cordialità non falsa o stereotipata. Tu sei andato da loro, hai dedicato tempo per andarci, è giusto che loro ti accolgano al meglio, è giusto inventarsi un protocollo di accoglienza.Questo è tipico degli USA, dove “ the champion“ ha altissima considerazione dei suoi “fan.

Un punto importante. Qua lo sappiamo tutti che Louie e tutto il Westside Barbell fa uso di anabolizzanti. In Stronger Bigger Faster dice: “do you want to be weak or do you want to be strong?”, “vuoi essere debole o vuoi essere forte?”. Ora, possiamo fare due cose. Innescare la solita discussione pavloviana sul doping, stereotipata e identica a se stessa dal 1935, anno in cui il dottor Abrham Erskine sintetizzò il siero del supersoldato, oppure, semplicemente, goderci il racconto e l’emozione.

Buona lettura, al di là delle battute, ringrazio Massimiliano per questo bellissimo articolo.

One hundred miles on the road to Westside

di Massimiliano Buccioni

Dedicato a Enrico Bomboletti

L’incontro con un’icona di uno sport, di una disciplina, di una cultura, è sempre un evento particolare. I tecnicismi scompaiono, le analisi lasciano il posto alla sintesi, i discorsi che spaccano il capello spariscono ed emerge quella sensazione di aver a che fare con un simbolo, o ancor meglio, con una tradizione. Sì, avete capito bene, una tradizione, dal latino tràdere, consegnare. La tradizione ci consegna qualcosa del passato per vivere bene il presente e per affrontare il futuro. Per questo Louie Simmons e il suo Westside Barbell Club non sono un qualcosa di marginale, figuriamoci se si tratta di qualcosa che appartiene ad un passato vagamente glorioso. Sono una tradizione. Imprescindibile per il powerlifting e lo strength training mondiale.

Forse è questo che mi ha fatto vivere quella che in fondo è stata solo una gitarella post lavorativa verso la palestra di Simmons, come una cosa da raccontare. Se siete arrivati a leggere fino a qui avete già capito che non me ne frega nulla di dire dei pesi che ho visto,dei dettagli tecnici, chissà quale segreto magico che Simmons può aver snocciolato. Figuriamoci se mi importa di mettermi a discutere o scrivere circa l’annosa questione che è una palestra di atleti che gareggiano in federazioni non testate, che Simmons ha una storia di scelte che lo allontanano dall’IPF ecc. ecc. Rimarreste delusi. Fermatevi e leggete altro.

Sono atterrato a Cincinnati giovedì pomerggio e la Hertz mi ha assegnato una macchina più comoda di quella che avevo nei giorni precedenti nello stato di New York. Cavolo, ora che avevo da fare pochi chilometri! Sarebbe stato meglio prima, ma tant’è… Dopo molte ore di viaggio sono crollato sul letto dell’albergo in periferia di Cincinnati. Venerdi il lavoro è iniziato presto, due riunioni, pranzo, un’altra riuinione. Alle tre e mezzo già tutto finito. Saluto e torno in albergo, mi sdraio sul letto e mi addormento…vabbè avevo sonno…fa recuperare bene dicono, no? Anabolismo ah ah ah ah…

Mi sveglio poco dopo e mi dico che non vale la pena lasciare la macchina col pieno. Vado a fare un giro. Dove? Controllo sul solito google maps, un’ora e quaranta minuti… è la strada da Cincinnati a Columbus. Il Westside non è così lontano. 100 miglia circa.

Accendo il motore e parto.

Le autostrade americane sono quasi sempre dritte, tutti rispettano il limite, al massimo sforano di 5 miglia l’ora. Dopo dieci minuti ci si annoia. Tocca pizzicarsi per non dormire. Mentre procedo verso Columbus penso perplesso che molto probabilmente quando arriverò non troverò nessuno, magari sarà tutto chiuso, è tardi. Gli americani si alzano prestissimo e vanno a dormire pure molto presto. Alle 7 di sera, ora prevista di arrivo, non troverò un cane. Però mi dico anche, chissenefrega! Al limite mi faccio una passeggiata tra le autostrade dell’Ohio con tutte le distese alberate intorno, il tempo è anche bello e raggiungo parte del mio scopo: consumare benzina (lavoro o no nell’Oil&Gas?).

Finalmente arrivo a destinazione: dalla città sono lontano, non vedo neanche la downtown di Columbus, sono in piena periferia. Una periferia semi industriale tipica della media città americana, capannoni, qualche casa, molti prati e boschi, autostrade e ferrovie. Giro a destra, poi ancora a destra, il navigatore dice con quella antipatica voce che mancano “zero… point… five… miles…” Ecco mi sale un po’ di adrenalina, cacchio troverò qualcuno? O mi troverò davanti una serranda chiusa? Bhè, tra poco si vedrà…

Meta raggiunta, un capannone bianco di qua e uno di là. Di palestre nessuna traccia. Ma sono sicuro che l’indirizzo sia giusto. Vedo un tizio vicino a un camioncino parcheggiato, gli chiedo se il Westside è qui e lui mi dice “Westside? Sure, over there!” e mi indica il terzo capannone.

Vado, sono ancora dentro la macchina perché non ho parcheggiato. Ancora cinquanta metri… all’improvviso mi investe un tuono di heavy metal a palla, prima ancora che veda qual è la porta giusta. A quel punto realizzo che ce l’ho fatta. Ci sono. E qualcuno c’è. Con un centinaio di decibel di metal nelle orecchie, dal finestrino della macchina vedo cinque o sei individui a dorso nudo che squattano, in fondo a una sorta di garage. Sì, il mitico Westside Barbell, la palestra più famosa del mondo, è niente altro che un paio di grossi garage, puliti ma grezzi, con un ufficietto in mezzo. Delusi? Io per niente… parcheggio e scendo.

Mi accosto e resto esattamente sulla soglia. Mi poggio con una mano sul montante e con una sul fianco, cosi per avere un’aria più disinvolta, dato che magari, penso, se hanno fame e non hanno fatto merenda potrebbero fare uno spuntino con me…

Uno si gira, mi vede, mi fissa 3 secondi e poi indifferente continua ad allenarsi. Un altro lo stesso, gli altri non mi notano neanche, o se lo fanno se ne fregano. Sono tutti completamente “focused” sull’allenamento. Box squat, con elastici o “accommodating resistance” come dice Louie. Hoff è lì con loro. Si riconosce subito. Non è il più grosso. Anzi, me lo aspettavo più alto, un metro e settanatre al massimo. Fisico imponente ma non enorme. Anche qui, siete delusi? Io, anche stavolta, per niente. Ha due lombari che grosso modo sono come le mie cosce, braccioni, una grossa panza e di sicuro non è tirato. Sui 120-125 kg. L’ho detto già, non enorme. Certo, è lui che ha fatto 970 (!!!) libbre di panca quattro mesi fa… sono 440 kg… Maglia multiply (nota di Paolino: cioè multistrato, un tessuto non omologato in IPF), praticamente touch & go, una panca che noi diremmo di merda, vero. Solo che spingere 440 kg di merda non è esattamente una cosa facile. Ah dimenticavo, quella maglia la usa da tre anni mi pare, quella di prima gli è durata cinque…no, perché noi siamo lì a cambiare maglia ogni cinque minuti che dopo una ripetizione si è già sballata, questi usano un corpetto può darsi per dieci anni…poi siamo lì a dire che noi facciamo l’affondo, che siamo single ply ecc ecc. D’accordo anche io dico cento volte, non una, cento volte meglio l’IPF. Però attenzione, qui non siamo davanti a due scimmioni stupidi, sono super atleti, del loro mondo, sì, ma sono dei super atleti.

Io sono sempre lì sull’uscio come si dice a Firenze, non so che fare. Entro? Mi avvicino? Ma no dai, li lascio stare… poi vedo che nel secondo garage, a destra, c’è un ragazzo, massimo 20 anni. Secco. Già, proprio così, secco. Ovvero fisico tirato, ma normalissimo. Un po’ di muscoli. E’ li che fa stretching. Mi avvicino e finalmente mi presento. É il primo contatto umano con uno del Westside. Rompo il ghiaccio.

Ci parlo 10 minuti, lui è molto simpatico e gentile, e mi spiega che quel lato è la palestra dei visitors e dei deboli, come lui, o dei principianti per meglio dire…di là si allenano gli atleti professional o con molta esperienza. Chiedo se mi posso avvicinare di là e lui mi dice che certo, non ci sono problemi. Mi accompagna e mi saluta. Abbiamo discusso sui dieci minuti ma poi è dovuto andare.

Cacchio sono di nuovo solo. Ora? Sono lì a due metri, ma i sei hanno quasi finito. Ho giusto un paio di minuti per guardare la palestra da dentro. Finalmente vedo dal vero la mitica board, la lavagna di Simmons, con le categorie di peso maschili e femminili e tutti gli all-time-record di squat, panca, stacco, totale. Ovviamente nelle ultime colonne c’è quasi solo un nome. Hoff.

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Dave Hoff è seduto, ripiega il corpetto da squat. Hanno fatto DE, squat con elastici e catene. Dieci, forse dodici doppie con il 45-50% del max, più tensione delle bande elastiche fino al 70-75%. Dynamic effort. Simmons lo ha usato in tutti i modi possibili. Ha trovato delle percentuali ideali e ha visto che, testuali parole, “la tensione da accommodating resistance è la stessa per ogni atleta, in proporzione al suo max, con un più o meno 3% di approssimazione per ogni fottuto allenamento, sia che l’atleta abbia 800 pounds, sia mmmiiillleeeedddueceeeentoooo” Sono quaranta (40) anni sul campo.

No, scusate, sono 44 oramai.

Alla fine usciamo fuori. Hoff è il primo a cui mi presento. Ovviamente è una sorta di capogruppo. Al Westside si allenano divisi in gruppi di quattro, cinque, sei. Uno di grande esperienza e via via fino al principiante, che infatti c’era, un giovanotto di vent’anni di un metro e novanta per, direi a occhio, 110 kg.

Hoff è sorpreso e contento di vedermi, mi stringe la mano, gli dico che sono italiano e per un americano è quasi sempre un plus. Dal bruto heavy metal emerge un normale ragazzotto, che si appresta a fare trascinare la slitta. Tra l’altro è l’unico che non ha tatuaggi, almeno non in vista. La slitta sì, è quella slitta che si trascina con alcuni dischi di ghisa infilati sopra. Hoff mi fa “come on, let’s go, try!” E io gli rispondo che il mio squat è un po’ inferiore al suo… ridiamo.

Gli dico: Dave, in Italia sei molto conosciuto nel mondo del PL sai? E lui: davvero? Magari però pensavi che ero più alto! Ah ah ah ah.

Io: attualmente sei tra i più forti panchisti viventi. Lui risponde molto tranquillo che si è dislocato qualcosa nell’ultima gara e che squat e stacco vanno bene, la panca così così. Poi ci pensa un attimo e dice che sì, forse oggi 970 libbre ce le ha solo lui…poi in futuro si vedrà (sic!).

Con Hoff prima e dopo l’arrivo di Simmons ho parlato di meteorologia, italiana e americana, automobili italiane, di lavoro, gli dico che lavoro faccio in poche parole. Poi discutiamo un po’ del più e del meno e ci facciamo una foto, anche con tutti gli altri, che nel frattempo trascinano la slitta di ferro, a turno.

Alla fine, dopo aver incontrato Simmons, gli dico che li saluto, me ne vado. Lui resta ancora cinque minuti a chiacchierare e poi ci congediamo. Bhè, come avrete notato, non ho fatto nessuna domanda “tecnica”. Mi è venuto del tutto naturale non chiedere nulla di allenamento, cosa cavolo vuoi domandare a questi? Gente che si allena con costanza maniacale da almeno 10 anni. Gli altri erano più sullo sfondo, quasi un po’ in disparte. Qualcuno era lì a finire per bene l’allenamento, qualcun altro mi è venuto a stringere la mano, sempre molto cortesi. Ma il maschio alfa è chiaramente Hoff. É lui che detta la linea. Mi ha fatto un’ottima impressione, non è uno scienziato, un lord come si direbbe. Ma è una persona cordiale e questo è quello che conta. Uno che probabilmente è tra i più forti atleti di forza di sempre.

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Rewind. Dopo i primi cinque minuti a veder slittare Hoff e compagnia arriva un Hummer rosso, con dentro un ometto con occhiali da sole e cappellino. Accompagna una persona che se ne va con la macchina. Hoff gli fa “Hey Louie, we’ve a visitor from Italy!”

Mi avvicino al coach e gli stringo la mano. Ecco ci siamo, sono davanti al mito del powerlifting. L’uomo che ha attraversato praticamente tutta la storia del PL moderno, dagli albori, raw e con regole appena abbozzate, fino all’IPF, per poi passare all’USPF e infine alle federazioni che dispregiativamente chiamiamo “circo”, dove in effetti la fanno da padrone più i pesoni che il gesto, ma Simmons ha avuto le sue ragioni per scegliere quella strada e francamente anche se non le condivido e in parte le critico, le rispetto. Perché rispetto la tradizione che lui è e rappresenta per questo sport.

Un russo con cui parlo spesso tramite facebook mi disse alla domanda del se conosceva Simmons: certo che lo conosco, ho letto moltissimo delle sue opere, è un genio del geared lifting. Sto parlando di un russo che conosce personalmente tutti i migliori coach e atleti moderni e di pesi ne capisce più che abbastanza, direi…

Non si può prescindere dall’uomo che ho davanti. Tocca farci i conti. La sua sintesi di forza massima, forza veloce (non necessariamente esplosiva come ci tiene a dire…) e variazioni di esercizio che hanno dato vita al metodo coniugato sono un insieme di intuizioni geniali. Lo Steve Jobs del PL? Può essere, anche Jobs in fondo non aveva inventato nulla, aveva solo saputo prendere il meglio di qua e di là. Non so se Simmons abbia preso il meglio del PL mondiale. Forse no, ma di sicuro ci ha provato. E cita sempre le fonti. Di questi tempi in cui si vedono metodi “cube” e altre figure geometriche, non è poco… E dopo tanti errori, esperienze, fallimenti e successi ci prova ancora. Per questo è un’icona, una tradizione vivente.

Gli dico i numeri di squat, panca e stacco. Su squat e stacco annuisce soddisfatto. Di panca gli dico io che sono proprio deboluccio. Mi dice “push, push!” e mima il gesto della french press o qualcosa di simile.

É ancora dentro la macchina. Gli dico se si fa una foto e scende subito “Sure!”

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A questo punto Simmons comincia a snocciolarmi con gli occhi pieni di passione i numeri dei suoi atleti, si gira, dice una cosa a Hoff e poi sotto voce sussura “Oh Hoff, he’s a freak…”, io annuisco per conferma.. Mi porta nella parte dei “deboli” e mi fa vedere un esercizio per lo stacco, da fare al rack dello squat.

Gli faccio notare che non abbiamo né monolift, né reverse hyper. Lui mi dice metti i pesi così, gli elastici cosà e fai questo “Ho preso tizio – non ricordo il nome…- a big guy, mi fa, e l’ho portato in un anno e mezzo da 700 libbre a more than 800 !! Capito? More than 800!” “This is one of the exercises that I apply for deadlift”. Sembra molto soddisfatto.

Capito ragazzi? Traduco per i non “udenti”. Ha preso uno che faceva già 317.5 Kg di stacco e gli ha fatto fare 360 e rotti!! é ’ un salto di qualità enorme. Non è come da 200 a 250. É mooolto di più e molto più difficile. Significa prendere uno già molto forte di suo e farlo diventare di elite. Non tutti ne sono capaci. Simmons ne è capace. E lo è stato con atleti di tutti i tipi: alti, bassi, grassi, magri, pesanti, leggeri, dotati, meno dotati. Attenzione, il secondo particolare. Ci ha messo un anno e mezzo. Un anno e mezzo non è poco. Non è tantissimo, ma neanche poco. Non stiamo parlando di schede magiche da 12 settimane. Stiamo parlando di centinaia di sedute allenanti. Deliberate practice. That’s it.

A un certo punto mi fa cenno di montare in auto. Non mi faccio certo pregare, mi porta nel suo ufficio, in un altro capannone lì vicino. Entriamo e mentre il suo gatto mi viene ad annusare, gli dico che ho sentito che ha una pessima opinione degli allenatori americani di WL. E lui si ferma e mi dice incazzato che allenano solo tecnica e velocità e “non allenano la forza!!, allora i cinesi non capiscono nulla?? Come fa un atleta a diventare più veloce se non diventa anche più forte??” In queste poche battute c’è una grossa parte del sistema e del pensiero di Simmons, poi mi snocciola numeri di atleti che ha allenato, centometristi, lottatori, lanciatori di peso e molto altro. Un vero strength trainer.

Mi regala due magliette e una felpa. Nel frattempo mi dice che è contento di vedere gente che passa a trovarlo, spesso dall’estero, poi mi fa: “domani ti vieni ad allenare? Facciamo panca”. Io naturalmente ho l’aereo alle 10.30 quindi dove cacchio vado? Mi tocca dirgli che non posso dato che era tutto “unplanned” e che ho la partenza già fissata. Penso anche che però non importa. Sono italiano, gareggio in FIPL e ne sono orgoglioso. Un allenamento non mi cambierebbe nulla. Tutto quello che lui dice è scritto. Non ci sono segreti. Io sono venuto a conoscerlo, non ad allenarmi e quando lo incontri è esattamente come quando lo leggi e lo intervisti. E’ stato bello incontrarlo. Gente, chiudete gli occhi, poi leggete il suo libro e suoi articoli, ce l’avete davanti. É cosi, come lo “vedete”.

Riprendiamo la macchina, e le ultime parole che spende prima di congedarmi sono sul suo primo allenamento dopo quattro mesi, proprio quel giorno, sui suoi dolori al collo e poi mi fa “I can pull 700 pounds just in three weeks” Three! My raw strength is still so high…!”

C’è l’orgoglio di un uomo che sa di essere un simbolo, una tradizione, c’è la forza di un sessantacinquenne che non vuole mollare mai, c’è la consapevolezza che la discesa verso il tramonto è iniziata. Avverto tutte queste cose insieme.

Lo saluto stringendogli la mano e ringraziandolo, come se lo conoscessi da tanto tempo. Lui ricambia e se ne va.

Mentre percorro l’autostrada verso Cincinnati sono soddisfatto e contento, che però forse esagero a pensare cosi tante cose, che in fondo sono solo quattro pesi del cavolo.

Ma poi mi tornano in mente due cose: le parole di Dave Tate “perché faccio questo? Perché è ciò che amo, è la mia passione, punto”, e la frase di Louie nel suo Book of Methods

“With three more surgeries under my belt, powerlifting is about to pull me down, maybe for the last time. However, as a man once wrote, I won’t go slowly into the night, but I will rage on into the dying of the light”.

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