Giu 10, 4 anni ago

L’atleta vincente

Ho studiato e sostenuto l’esame di Psicologia dello Sport, una materia molto strana per certi aspetti. La Psicologia dello Sport ha come oggetto di studio la “mente” dell’atleta, per semplificare: un soggetto sano che fa sport, nulla ha a che vedere con patologie, cure, spalle per piangere quando l’atleta si fa la bua al semimembranoso (per quello c’è Facebook, del resto). La materia, sempre per semplificare, affronta l’analisi di certi processi cognitivi per poi poterli di fatto allenare: come si allena la forza, la coordinazione, un gesto complesso… si allena la mente a rilassarsi velocemente e a concentrarsi prima di una gara. Non solo, studia i meccanismi dell’attivazione delle risorse di attenzione ed emotive a fronte di uno stress o di uno stimolo.

La materia è strana perché questi argomenti sono le domande che chiunque faccia sport si è posto, almeno una volta nella vita, perciò è stato strano doverli proprio studiare, come studiare, che so… come si fa la panca. Ed è incredibile come domande che tutti ci facciamo abbiano studi e studi, formalismi ed analisi che nemmeno pensavo potessero esistere.

Ad esempio, chi non si è mai chiesto cosa è il talento, come riconoscerlo, o come deve comportarsi l’allenatore e perché o addirittura perché c’è chi si sfava e ad un certo punto smette di fare sport. E chi non si è mai chiesto cosa significa “avere la testa” nel proprio sport? Ma se si va a vedere, “avere la testa” può essere detto anche così: quali sono i tratti di personalità che sono propri del campione dello sport che si ama?

Vorrei pertanto rendervi partecipi di quello che ho studiato perché è a mio avviso molto interessante. E devo fare la stessa premessa che ho studiato: la definizione di tratti di personalità è qualcosa di molto complesso, ma regolarmente quando tutto questo filtra fuori dall’ambiente della Ricerca diventa classica psicoanalisi da Bar o da rivista del dentista o del mare, cioè si passa da “Ricerca” a “stronzate colossali”.

Stronzate della serie che se ti scaccoli con l’indice destro hai avuto un problema con tua madre da piccolo, perché era troppo autoritaria, se ti scaccoli con il migliolo sinistro hai avuto un rapporto conflittuale con tuo padre quando avevi 16 anni. Oppure che se guardi le calorie delle scatolette al supermercato hai dei tratti ortoressici e di disturbo alimentare (e qui non scherzo).

Perciò, prendete quello che dico con molta attenzione, però un ragionamento fatecelo.

Sebbene l’analisi della personalità degli atleti vincenti abbia fatto prendere cantonate astrali a fior di psichiatri, un buon punto di partenza può essere questo studio qua, che è stato oggetto del mio esame. E che io ho, chiaramente, recuperato e letto in originale.

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“Psychological characteristic and their development in Olympic champions”, Gould e Dieffenbach – International Journal of sport Psychology, 2002. In pratica hanno preso 32 atleti americani vincitori di medaglie olimpiche, allo scopo di esaminare quali fossero , in atleti “vincenti”, le principali caratteristiche psichiche e il loro sviluppo. Sono stati intervistati 10 loro allenatori e 10 genitori od altre figure significative.

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Queste sono le 12 caratteristiche che sono state sintetizzate. Ogni atleta non le possedeva tutte, pur essendo un “vincente”. Gli stessi autori segnalano come sia possibile classificare questi soggetti sulla base di queste caratteristiche, ma è impossibile asserire che soggetti con gli stessi profili siano automaticamente vincenti.

Cioè… attenzione altrimenti è come con la psicoanalisi freudiana: se uno fa una strage all’IperCOOP magari questo accade perché da piccolo la madre lo costringeva a guardare Peppa Pig (cioè dall’effetto si risale alla causa), ma non è detto che tutti quelli che sono stati costretti a guardare Peppa Pig da piccoli poi faranno stragi da grandi (cioè che certi eventi siano causa di qualcosa).

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Un piccolo inciso che non c’entra nulla. Mia sorella fa l’assistente sociale quando iniziò a lavorare gli affibbiarono uno di quegli incarichi da gavetta, che era seguire dei soggetti senza speranza (non so come si definiscano tecnicamente, ma diciamo quelli un po’ tocchi, tanto io mica sono assistente sociale, per fortuna dei pazienti). Ogni tanto, senza fare nomi, ci raccontava di cosa c’era scritto nelle schede e una volta a momenti me la faccio addosso: “il paziente vede Gesù che gli ordina di masturbarsi”. Quando leggo di fini analisi psicologiche chissà perché mi viene in mente questo episodio.

Ehm… continuiamo.

Adesso descriverò ognuna di queste caratteristiche, ma vi prego di estenderle al di fuori dell’ambito sportivo: secondo me qualsiasi persona che ottiene qualcosa di decentemente sfidante nella vita non può non avere un po’ di questa roba.

Vedrete, dalla descrizione, che queste caratteristiche non sono, non possono, essere indipendenti fra loro. Ne accennerò brevemente al termine dell’articolo, che è un terrificante mix fra quello che ho studiato e quello che penso.

Coping

Cioè fronteggiare e controllare l’ansia. Un atleta che ottiene risultati ha in qualche modo imparato a sostenere il confronto con gli avversari, con gli eventi e con qualsiasi circostanza. Come diceva Confucio già al tempo dei Ming, “non ci sono cazzi”: non farsi soggiogare dagli eventi, non andare in crisi, la gestione dell’ansia e dello stress emotivo è qualcosa che è proprio di chi ottiene qualcosa.

Questa attitudine, abilità o come volete chiamarla… più ce ne è e meglio è. Si impara, ovviamente: l’esperienza insegna come gestire tecnicamente sempre più situazioni, ma è chiaro che dipende anche da altre caratteristiche mentali, che sono più dure da allenare.

Confidence

È la fiducia in se stessi, che le proprie capacità faranno ottenere risultati ottimali. Più alta è la confidence e più i soggetti crederanno nelle proprie abilità e capacità di giudizio, sono sicuri di sé e affidabili . L’eccesso di confidence sconfina in quella che tecnicamente si chiama “sboronaggine” con la pericolosa conseguenza dell’“over 45 bar effect”: le bombole di metano della macchina devono reggere fino a 45 bar, poi possono anche scoppiare.

Poca confidence, poca fiducia in se stessi, troppa confidence e alla fine fai il botto. O, meglio, tu puoi pensare di essere anche Bolt, ma devi come minimo fare 9”80, se fai 10”8 sei solo un gasato di merda. Ma non è un giudizio morale, solo tattico: comportandoti da gasato di merda farai scelte sbagliate e alla fine perderai. La confidence è importante, ma più ce ne è e più altre caratteristiche devono essere potenti.

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Un esempio di persona con altissima confidence è Arnold: disse che sarebbe diventato il miglior bodybuilder di sempre, l’ha fatto, disse che sarebbe diventato presidente della California, l’ha fatto. Disse che sarebbe diventato presidente degli USA, non ci è riuscito ma solo perché una legge vieta agli oriundi (i non nati in America) di competere per questa carica (e lui non ce l’ha fatta a far cambiare la legge).

Arnold è sempre stato l’equilibrio perfetto fra sfrontataggine presuntuosa e fiducia in se stessi tale da fargli ottenere risultati.

Menthal toughness/resiliency

Cioè tenacia mentale e resilienza. Una breve parentesi sul termine “resilienza”, che mi sembra il classico termine per essere figo: io dico “resilienza” e voi “come? Resistenza?” “e no, resilienza”, con quella faccina da schiaffi di quello bravo solo lui.

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In Meccanica la resistenza è la capacità di un corpo di resistere, senza apparentemente deformarsi, a delle forze che agiscono su di esso. La resilienza è invece la capacità dello stesso corpo di resistere senza deformarsi quando gli si applicano degli urti, cioè forze impulsive. Perciò, se usate il termine resilienza almeno sappiate quale sia la differenza con resistenza, altrimenti attenti alle figure di merda.

La tenacia mentale descrive un insieme di qualità che comprendono un insolito elevato livello di risolutezza, un rifiuto di essere intimidito, un’abilità a rimanere concentrato in situazioni ad alto livello di pressione, una capacità di mantenere un ottimale livello di attenzione e attivazione nel corso della competizione, un’incrollabile propensione alla competizione anche in caso di infortunio, un’attitudine a non arrendersi una volta battuto, una propensione al rischio quando gli avversari si mostrano indecisi e un’inflessibile, forse ostinata insistenza a portare a termine la competizione piuttosto che dichiararsi battuti.

La resilienza è in pratica la stessa cosa, cioè la capacità di rimanere psicologicamente integri a fronte di eventi che colpiscono come dei magli.

Anche questa qualità è bene averne in abbondanza, più è meglio di meno. Uno così si rialza sempre, va abbattuto a fucilate alla nuca, alla fine vi sconfigge perché più lo massacrate e più si rialza. È, come dire, Rocky contro Apollo nel primo film.

C’è però un problema: uno così ha bisogno di altre qualità per non soccombere a se stesso. Ci sono occasioni in cui la ritirata è la scelta migliore, altre in cui questa qualità deve servire per cambiare tratti del carattere piuttosto che perseverare in una data direzione. Cioè: uno così i muri li sfonda, poi però ne trova uno troppo duro ed è bene che capisca che per andare avanti magari solo due metri a destra c’è una porta, che è aperta o si può aprire. Poi la può anche sfondare però…

La tenacia mentale, cioè, può far andare avanti fino alla sconfitta. Il che non è bello.

Sport intelligence

È l’intelligenza sportiva, un sottoinsieme dell’intelligenza sociale: l’abilità a trovare il significato, e la relativa funzione di adattamento, alle situazioni in cui uno si trova ad operare.

Questa è una qualità rarissima: permette di capire al volo come girano le cose, come ci si integra nell’ambiente, cosa è meglio fare, cosa è importante in quel contesto. Ne ho conosciuti pochissimi dotati di questa qualità, ma quei pochi sono uno spettacolo: entrano in un nuovo ambiente, non sanno un cazzo, dopo 3 ore ti spiegano cosa è meglio che tu faccia. I migliori capi hanno questa capacità. Possono essere dei veri stronzi, ma non li freghi mai, sono troppo scaltri.

Avere intelligenza sportiva permette di tenere la migliore tattica di gara, la miglior strategia di allenamento, permette di identificare le scelte migliori che portano al massimo risultato con il minimo sforzo. E, passatemelo, chi ha intelligenza sportiva è capace a tararsi, a capire i suoi pregi e i suoi difetti, che lo portano ad allenarsi 18 volte a settimana se ne vale la pena, 3 volte se non ne vale la pena.

Internet mi ha fatto capire quanto sia rara questa qualità, dato che abbondano persone che è palese che non sanno capire cosa è meglio per loro, quale programma, quali elementi controllare, quali confronti da fare. Per me ci si nasce con l’intelligenza sportiva, si può anche imparare ma chi ce l’ha tira fuori dei giudizi e delle scelte in una frazione del tempo che ci mette uno che non ce l’ha ma si è impegnato per averla.

Ability to focus and block out distractions

L’abilità a concentrarsi su quello che serve e tenere fuori le distrazioni, in gara come in allenamento. Inutile dire che qualsiasi atleta che ottiene un minimo di risultati abbia sviluppato questa abilità, che gli consente di allenarsi al centro di una eruzione vulcanica senza farsi distrarre dalle colate di magma intorno a lui.

Poca, i risultati saranno scarsi perché ci si allenerà male e si padellerà in gara, troppa, non si ragionerà sulle informazioni aggiuntive che permetterebbero di cambiare qualcosa. Troppa va bene solo se si ha accanto un grande allenatore.

Competitiviness

Competitività: l’insieme delle caratteristiche che consentono di impegnarsi a fondo per il raggiungimento del successo. Non c’è da stupirsi che l’atleta di successo sia competitivo. Il problema è che il competitivo mediocre non capisce il vero senso della competizione: questa è indirizzata alla gara.

L’atleta vero compete nella gara del suo sport, non in allenamento, non al bar, non su Facebook, la gara a chi ha il cazzo più lungo la fa solo se il suo sport è competere ad avere il cazzo più lungo. La voglia di competere dell’atleta vincente è come l’acqua del bacino di una diga che viene immessa nelle condotte forzate a valle, per colpire come un ariete le pale delle turbine. L’atleta vincente canalizza la sua voglia di competere in un unico punto dello spazio-tempo, non deve dimostrare nulla se non in quel momento.

Quelli competitivi in ogni cazzata solitamente falliscono quando serve e dimostrano ogni volta il noto teorema detto “dell’invarianza dello zero”, formulato per la prima volta da Fourier all’inizio dell’800: “su qualsiasi scala, le chiacchiere stanno sempre a zero”.

Hard-work ethics

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Questa è molto anglosassone ed è incomprensibile per noi italioti: è l’etica del lavorare duramente, diretta discendente della Riforma Protestante che aveva promosso ogni forma di individualismo, con particolare riferimento alla piena realizzazione di sé, attraverso l’esaltazione dei valori dell’impresa, del lavoro e del sacrificio per il miglioramento personale.

Avete mai visto quei programmi ameriKani per noi assurdi dove i ricconi illustrano quanto sono belle le loro case ultra-kitch con i camini a gas e la piscina riscaldata con le bollicine di ozono? Nessun italiota KattoKomunista ostenterebbe la sua ricchezza, perché da noi uno ricco è uno furbo, e per essere furbo ha evaso le tasse, rubato, è un fottuto raccomandato, è uno che era ricco di famiglia, uno “facile così, anche io se avessi avuto bla bla bla”, se è una donna l’ha data come minimo ad un esercito. In America invece se sei ricco è merito tuo, perciò far vedere quanto lo sei significa far vedere quanto sei bravo.

E per essere ricco ti sei fatto il culo, hai lavorato duramente. In qualsiasi programma americano dove ci sono competizioni, quelli che perdono dicono “la prossima volta lavoreremo più duramente”, non “quelli erano raccomandati, quelle si sono trombate i giudici”. Gli anglosassoni, specialmente gli americani, quando perdono è perché gli altri sono più forti, noi quando perdiamo è perché l’arbitro è un venduto.

Per questo, per ottenere il successo c’è da lavorare duramente.

Ability to set and achieve goals

L’abilità nello stabilire e raggiungere gli obiettivi. Anche questa è una abilità che non si trova spesso: riuscire a darsi degli obbiettivi, parziali rispetto allo scopo finale, richiede di saper giudicare se stessi, i mezzi a disposizione, creare un percorso a tappe, capire di non avere fretta perché si farebbe casino.

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Per fare un esempio: uno che ha questa abilità capisce che se si sta allenando in monofrequenza a cedimento non sia proprio da furbi passare alla multifrequenza trisettimanale a buffer. Proprio perché si leggono di cose simili, risulta chiaro questa abilità sia molto rara.

Dato che è una abilità che riguarda le capacità strategiche, più ce ne è e meglio è senza controindicazioni.

Coachability

La disponibilità a farsi allenare. In altri termini, è la capacità di “mettersi nelle mani dell’allenatore” accettando e condividendo:

a) gli obiettivi intermedi (in vista delle finalità complessive),

b) i piani di allenamento individuati e

c) i mezzi(quantità, frequenze, procedure) di allenamento.

A prima vista questa abilità sembra essere scontata per chi fa sport, ma in realtà è tutto molto più complicato: tutti dicono che vogliono farsi allenare, che sono disposti ad accettare le critiche. Poi però a farlo è tutto un altro film perché poi ognuno vuole dire la sua.

Adaptative Perfectionism

Perfezionismo adattativo, non fine a se stesso: una focalizzazione su obiettivi specifici che escludono altri interessi che possano distrarre, che non coincide con la monomania (un’inflessibile fissazione su una cosa soltanto), ma un orientamento adattativo che permette all’atleta di conseguire gli obiettivi connessi al compito, anche senza l’esclusione di altre mete potenzialmente raggiungibili. Il perfezionismo adattativo si basa sulla sensazione della necessità dell’impegno personale e della reiterazione di procedure in concomitanza di sostanziali cambiamenti evolutivi, personali, ambientali, sociali e culturali in senso lato. Il termine indica così indica un impegno o un coinvolgimento che restringe la libertà d’azione in altri campi.

Molto spesso c’è un labile confine fra saper scegliere quanto tempo dedicare a ciò che serve per l’obbiettivo e un comportamento maniacale. Questo perché l’atleta… ama allenarsi, lo gratifica, gli riempie la vita, ma può diventare, alla fine, tutta la vita e la sua mancanza una forma di non-esistenza. A questo punto l’allenamento diventa una ossessione.

Il perfezionismo adattativo e la maniacalità dipendono dal grado di intelligenza sportiva dell’atleta, più è sportivamente intelligente, più sarà in grado di capire quanto tempo dedicare perché quello serve. Meno sarà intelligente e più tenderà ad esagerare, pensando che più fa e più ottiene.

High level of dispositional hope

Alto livello di disposizione alla speranza: è uno stato psicologico che differisce dalla confidence, più ancorata a una realistica consapevolezza delle proprie capacità tecnico – tattiche e fisiche, e che confina con l’ottimismo. Si definisce come la sensazione individuale di essere in grado di eseguire prestazioni di successo seguendo un percorso già individuato come capace di condurre alla meta.

In altre parole, l’atleta ha fede che si sta allenando nel migliore dei modi possibile: la fiducia totale nel suo allenatore, nel programma di allenamento. Vi posso assicurare che è una sensazione bellissima: tu ti impegni al massimo e sai che quell’impegno porterà risultati, automaticamente, senza problemi.

Grande fiducia in se stessi, grande speranza nell’allenamento, questo è un Crociato, nessuna paura del fuoco di sbarramento, avanti fino alla vittoria, o alla morte. Grande fiducia in se stessi, grande speranza, doti fisiche eccelse, questo è Superman.

Optimism

L’ottimismo, che non è volemosebbene, il mondo è bello, piove merda ma se la guardi da un altro punto di vista sembra cioccolata. L’ottimismo è un particolare stile esplicativo degli eventi, è come le persone spiegano il fallimento.

Per farla breve: ci sono persone che quando va male pensano sia sicuramente colpa loro, quando va bene è stata una botta di culo, viceversa altri pensano che quando va male è un colpo di sfiga, quando va bene è sicuramente merito loro.

L’ottimismo permette non solo di essere atleti che vincono, ma persone che campano meglio di chi non lo è. Ora, io credo che ci siano veramente modi cambiare come si interpretano gli eventi, ma questo cambiamento richiede una guida competente, volontà da parte di chi si sottopone a queste sedute e tantissimo tempo. Perché come si spiega il mondo deriva dal carattere e da tutte le esperienze passate, non è che di punto in bianco… bang, ottimismo!

Tiriamo le fila

Ok, adesso scrivete queste 12 caratteristiche su un foglio e provate a dare per ognuna di esse un voto da 1 a 10 a voi stessi o ad un parente, amico, chi volete. Create una bella ragnatela come questa qua sotto, metteteci i pallini in corrispondenza dei numeri e congiungete i pallini.

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Ecco una rappresentazione di due atleti, con numeri a caso. Il diagramma aiuta, l’idea l’ho ripresa dalla tecnica di performance profiling, ma ne parlerò un’altra volta.

È chiaro che le caratteristiche siano correlate. Degli esempi a parità di caratteristiche fisico-tecniche:

· Uno con troppa confidence, un gasato di merda, difficilmente avrà una coachability elevata, perché è difficile allenare uno così, ma magari avrà una speranza elevata: ha assoluta fiducia che il suo allenamento sia eccezionale. Uno così è un vincente oppure no? Dipende: tutto funziona a patto che sappia allenarsi, altrimenti perderà e non capirà che il suo allenamento fa acqua.

· Uno che si fa il culo a 2000, grande etica del duro lavoro, grande coachability, grande fiducia nell’allenamento, ma bassa confidence che si traduce in bassa tenacia mentale: uno così cede alla prima difficoltà, al primo infortunio, al primo contrattacco.

· Uno competitivo ma con bassa intelligenza sportiva disperderà energie nelle cazzate, nelle garette, nelle discussioni. Magari le sue capacità di coping e di tenacia mentale sono anche elevate, ma non focalizzando ciò che serve non è manco in grado di darsi obbiettivi.

· Chi non è capace a focalizzarsi sugli obbiettivi e non sa non distrarsi se si allena da solo tenderà a cambiare spessissimo allenamento.

Insomma… se pensate che mettendo i numerini questo basti a capire chi è vincente e chi no… ecco, non funziona così.

Infine

Mi preme esprimere un punto di attenzione: chiaro che l’atleta vincente in qualche modo possieda queste qualità, ma queste non hanno un valore “morale”, di “bene” o di “male”: non si pensi, cioè, che l’atleta vincente sia automaticamente un riferimento, un esempio di rettitudine.

Avere una grande intelligenza sportiva permette di capire quando è bene barare, essere fallosi senza essere visti, come tirarlo in culo a tutti per arrivare all’obbiettivo. Uno così vince, ok, ma non è bene averlo intorno: ognuna di quelle qualità è come una medaglia, e come sappiamo le medaglie hanno due facce.

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Un atleta vincente, perciò, vince nel suo sport, ma può perdere nella vita.

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