Mar 31, 5 anni ago

La potenza è nulla senza controllo, 2

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Con meno di 30 euro è possibile, oggi, comprare un cardiofrequenzimetro quando meno di 20 anni fa costavano un occhio della testa. I cardio oggi sono per tutte le tasche ed esiste un mercato enorme con una differenziazione del prodotto che fa paura: da quello che indica solo le pulsazioni a modelli con GPS, memoria, altimetro e tante altre cose. E tutti vendono.

Il successo del cardio, l’accoglienza del pubblico che ha fatto si che i prezzi scendessero è dovuto al fatto che i numeri che si leggono hanno una correlazione con quello che si fa, sono cioè utili a mettere in relazione prestazioni, sensazioni, con parametri oggettivi quali le pulsazioni del cuore. Se il cardio fosse complicato da leggere, o i numeri non fossero relazionabili con lo stato fisico del soggetto che viene misurato, non ci sarebbe stato il successo che c’è stato.

È così per qualsiasi gadget tecnologico: il navigatore ha avuto successo perché dice dove si deve andare, se indicasse solo latitudine e longitudine su una cartina sarebbe interessante per 3 fissati al mondo.

Ora, periodicamente nel mondo dei pesi prestativi e delle preparazioni atletiche vengono introdotti degli strumenti che indicano la potenza sviluppata in un movimento, che sia potenza di picco o media, oppure altre info come forze o simili. Però non c’è, nemmeno nel pubblico degli addetti ai lavori, lo stesso tipo di sviluppo che c’è stato con il cardiofrequenzimetro. Perché?

Il problema è: che indicazioni mi forniscono questi strumenti in più rispetto a quello che io, allenatore, posso osservare? Che indicazioni utili al miglioramento delle prestazioni? La mia posizione è, se volete, paradossale, ma deriva proprio dai miei studi su questi strumenti e su queste problematiche: questa roba non fornisce niente in più di quello che già si sa, se non numeri difficilmente interpretabili e anche fuorvianti. Cercherò di spiegare perché, una volta tanto con dei casi REALI.

Parametri, numeri che siano rappresentativi di qualcosa si possono definire come sintetici, cioè che forniscono con poco molte informazioni. Per avere la sintesi, però, è necessaria l’analisi, cioè prendere molte informazioni ed interpretarle, semplificandole. Per dare dei giudizi, cioè, è necessario avere idea di quello che si va a giudicare, prima l’analisi e poi la sintesi.

Nello squat siamo ancora all’analisi, sembra incredibile ma per adesso una chiave di lettura sintetica… non c’è.

Al corso AIF-FIPL ho presentato l’elaborazione dei dati delle alzate di squat che Francesco Pelizza ha eseguito davanti al pubblico. Penso che il valore aggiunto di questo corso sia stata la possibilità di osservare dal vivo un 300 kg di squat fatti da Dio, con una tecnica sopraffina, vedendo letteralmente cosa significa “schema motorio consolidato”: Francesco ci ha deliziato con alzate di squat tutte identiche indipendentemente dal carico.

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Nei grafici la sua alzata con 265 kg. Tipicamente negli studi troverete sempre l’analisi del grafico a destra, la velocità verticale del bilanciere, che però a mio avviso non è esaustiva nella comprensione di quello che è successo. Quello che serve è se non altro una doppia lettura, a sinistra la traiettoria del bilanciere, a destra la velocità verticale dello stesso.

Analizziamo perciò l’alzata di “uno forte” a livello sicuramente internazionale, concentrandoci sulle fasi indicate dalle lettere.

Facendo riferimento al grafico di destra, Francesco inizia il movimento con una rapida accelerazione verso il basso, istanti fra A e B in cui la velocità diventa negativa, cioè il bilanciere va in giù. In circa 1/10 di secondo il bilanciere inizia a muoversi verso il basso a circa quasi 40 centimetri al secondo (cm/s).

Successivamente, fra B e C la velocità di discesa si mantiene costante, notate come sebbene ci siano delle oscillazioni alla fine si mantiene in una fascia di 30-50 cm/s. Questa è la fase della velocità di crociera, cioè “quelli forti” controllano la discesa e il controllo è dato dal fatto che il bilanciere scende a velocità costante.

Notate sul grafico di destra quanta strada fa il bilanciere in queste due fasi: Francesco imposta la velocità che vuole mantenere nei primi 3 centimetri della discesa, e poi per praticamente tutta la discesa mantiene la stessa velocità! Vi accorgete di questo osservando la distanza percorsa da A a B e da B a C. E notate anche come da A a C il bilanciere scenda praticamente verticale.

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Questa caratteristica di controllo la ritroviamo in molti studi che evidenziano come un atleta forte ha una velocità di discesa meno elevata di uno meno forte, proprio perché quello forte ha un controllo migliore dell’alzata, sarebbe interessante correlare questo concetto con la forma della traiettoria che, a mio avviso, è più “pulita” nel primo caso. Il disegno evidenzia questo fatto.

Da C ad E c’è l’inversione del movimento, cioè in 3/10 di secondo la velocità passa da negativa a -45 cm/s a positiva a +55 cm/s. Ovviamente se la velocità passa da negativa a positiva, da qualche parte deve essere nulla, infatti in D la velocità è nulla, e D è di conseguenza il punto inferiore del movimento, come potete notare.

Ma ecco che da E a F la velocità del bilanciere inizia a rallentare, Francesco in questa fase fa percorrere al bilanciere circa 15 cm e poi c’è proprio lo sticking point, la fase di rallentamento evidente, da F a G dove il bilanciere percorre 10 cm ad una velocità che è la metà di quella di picco, circa 25 cm/s.

Visivamente questo è un bel rallentamento, le cui cause ancora non sono state spiegate. Poi il bilanciere riprende velocità fino al picco massimo prima della chiusura, in H con circa 80 cm/s. Notate come questo elevato picco di velocità avvenga a 7 cm dal punto finale, molto in alto nella traiettoria.

La traiettoria in risalita si discosta da quella della discesa per un massimo di 2,5 cm, il che visivamente la rende praticamente sovrapponibile a quella della discesa, perché l’occhio non riesce a osservare questi particolari. Dal vivo in questa alzata Francesco risale, rallenta, non perde l’assetto e chiude il movimento.

Se questo è ciò che si vede, cerchiamo di capire quali forze agiscono sul bilanciere. Questa precisazione è importante perché sarebbe bello capire cosa succede dentro Francesco ma con questi dati non è possibile, come non è possibile per qualsiasi strumento che registri solo ciò che fa il bilanciere.

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Ok, questo è più complicato ma vi prego di fare uno sforzo: a sinistra sempre la traiettoria, ho mantenuto solo i punti che mi interessa analizzare, a destra ho sovrapposto alla curva della velocità verticale anche quella della forza verticale, in blu, applicata al bilanciere. Dovrei esprimere questa forza in Newton, l’unità di misura delle forze, ma è più rappresentativa espressa in chilogrammi equivalenti o kg eq.

La linea blu orizzontale corrisponde al carico sul bilanciere, 265 kg: per spostare in alto questi 265 kg devo applicare una forza superiore a 265 kg, perché se ci applico 265 kg questi non si muovono, analogamente per mandare in basso i 265 kg basta che io applichi meno di 265 kg, questo è il motivo per cui a mandare le cose in basso è più facile che a mandarle in alto…

Francesco imposta la velocità iniziale nel primo decimo di secondo, “mollando” il bilanciere di 95 kg, cioè invece di mantenerlo in equilibrio… decontrae i muscoli applicando al bilanciere solo 170 kg. Poi recupera immediatamente e bene o male preme sul bilanciere per i soliti 265 kg che gli assicurano una velocità di discesa costante .

In altre parole, Francesco imposta il suo squat nel primo decimo di secondo, poi controlla la discesa. Per questo si dice che “la discesa prepara la risalita”. Ovviamente non tutti gli atleti faranno così ma sono convinto che le discese siano classificabili in pochi tipi.

Per invertire il movimento del bilanciere Francesco deve generare una conseguente forza, come si nota nella zona intorno al punto inferiore D dove, per ottenere il passaggio da -45 cm/s a +55 cm/s in quei 3/100 Francesco preme contro il bilanciere per poco più di 400 kg equivalenti! “Girare” i 265 kg in questo modo implica applicare 400 kg!

Ora, consideriamo queste due situazioni:

· Punto di inversione del movimento: forza sul bilanciere pari a 400 kg, velocità del bilanciere pari a zero.

· Punto di massima velocità a 7 cm dalla fine: forza sul bilanciere pari a 350 kg, velocità del bilanciere pari a 80 cm/s

La potenza meccanica verticale sul bilanciere è pari alla forza applicata al bilanciere per la velocità generata da questa forza. Ne segue che:

· Punto di inversione del movimento: potenza pari a zero

· Punto a 7 cm dalla fine: potenza massima

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In questo grafico ho sostituito la curva della velocità verticale con quella della potenza verticale sul bilanciere. Vi chiedo: quale punto è rappresentativo della qualità della difficoltà dell’alzata, D all’inversione del movimento o H quasi alla fine? Cioè: il punto di massimo sviluppo di forza o il punto di massima potenza?

Il punto da comprendere è questo: la massima potenza avviene in un momento dell’alzata che… non frega un cazzo a nessuno, ed è SEMPRE così, sempre: il picco di velocità si ha verso la fine, quando l’alzata è semplice, perciò che io vada veloce o piano non è rilevante. Viceversa, il punto di massima difficoltà è in basso o, quanto meno, “in quei pressi”.

Un apparecchio che fornisca la potenza massima, media, di picco, o quella che volete, è influenzato proprio dal picco di velocità, che avviene in un punto di nessuna difficoltà. Sapere che Francesco in questa alzata ha sviluppato 2458 W di potenza non fornisce alcuna indicazione rispetto alla qualità di quello che ha fatto, perché questo numero non è un indicatore del fatto che abbia o meno perso l’assetto all’inversione del movimento o allo sticking point.

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In questi grafici la bravura di Francesco, il confronto fra traiettorie e velocità dei 265 e dei 300 kg. Notate le velocità della discesa, praticamente identiche in entrambi i casi perché sovrapponibili: Francesco imposta i 265 e i 300 allo stesso identico modo, cioè in 1/10 di secondo dà al bilanciere i 40 cm di velocità verso il basso, e poi li tiene per tutta la discesa, che siano 265 o 300 kg.

In altre parole, indipendentemente dal peso Francesco esegue la discesa sempre allo stesso modo ed infatti bene o male le traiettorie di discesa sono sempre verticali. Si nota anche come anche l’inversione del movimento avvenga allo stesso modo, e il primo picco di velocità sia praticamente lo stesso sia con 265 che con 300 kg. Nel primo caso Francesco preme con 400 kg, nel secondo con 430 kg, cioè inverte il movimento allo stesso modo, genera più forza ma sempre allo stesso modo, infatti le traiettorie di discesa e risalita si sovrappongono in entrambi i casi.

Cambiano, invece, le “vasche” nelle due curve delle velocità, con i 300 la velocità decresce a meno di 10 cm/s, ma la traiettoria di risalita non differisce da quella della discesa. Dal vivo Francesco ha avuto un rallentamento notevole ma non ha perso l’assetto, è stato evidente a tutti e i numeri lo confermano: “perdere la schiena” allo sticking point equivale a mandare il bilanciere in avanti e la digitalizzazione non lo mostra. Poi, picco finale di velocità, a cui corrisponde una potenza di picco con 300 kg pari a 3100 W.

Ma non sono questi 3100 W che qualificano questa alzata, come non lo erano i 2458 W dell’altra alzata: è la forma dell’alzata che qualifica la forza dell’atleta!

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Nella tabella per ogni alzata digitalizzata la potenza di picco: immaginate di avere una macchinetta che, applicata al bilanciere, vi fornisca queste indicazioni sugli squat di un atleta che però non avete potuto guardare dal vivo, sono numeri significativi? Vi permettono di dedurre qualcosa? Con 300 kg l’atleta ha generato più potenza che con 265 ma meno che con 240. Embè?

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“Ma allora dobbiamo guardare la forza massima generata!” Nella tabella la forza massima generata in queste alzate, è più significativa della precedente? Mmmm secondo me no. Il problema è che questi parametri sono troppo sintetici, troppo.

Un movimento è tale perché crea una forma nello spazio e voler estrapolare questa forma da UN NUMERO SOLO è troppo riduttivo. Numeri sintetici come la potenza sono TROPPO SINTETICI. Questo è il motivo per cui non hanno mai avuto successo, nemmeno nel campo degli addetti ai lavori, quelle macchinette che misurano la potenza, o la velocità di picco. Perché forniscono dati che non rendono merito della qualità dell’alzata, sia che questa sia molto buona, sia che questa sia molto scarsa. Posso cioè generare una grande potenza di picco schienando lo squat e poi premendo forte alla fine, come posso generarne poca essendo perfetto ma lento in chiusura che tanto non me ne frega niente.

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Ecco, invece, le traiettorie delle 4 alzate digitalizzate di Francesco: forniscono molte più informazioni, perché descrivono TUTTO il movimento. Si nota come le discese e le risalite, nelle zone di difficoltà, siano bene o male sovrapponibili, con divergenze dell’ordine dei 2-3 cm al massimo (l’alzata a 240 è secondo me quella peggiore ma comunque in questo caso Francesco non schiena l’alzata perché il bilanciere non va in avanti, ma indietro).

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E queste sono le sovrapposizioni di tutte le traiettorie e di tutte le velocità: 225 kg sono troppo pochi per Francesco, infatti scende molto più velocemente, ma dai 240 ai 300 kg la velocità di discesa è mediamente sempre la stessa, a dimostrazione del fatto che imposti la discesa sempre allo stesso modo.

In altre parole, il giudizio di un atleta è dato dal confronto delle forme delle traiettorie, e se si vuole, delle velocità: non sono singoli numeri che possono dire se uno è forte o meno, se sta sbagliando o sta facendo bene, se è migliorato o no, ma pattern di esecuzione, traiettorie di riferimento.

Se vogliamo numeri sintetici, questi numeri non possono che essere delle descrizioni di traiettorie, non numeri secchi. E non può che essere così, perché un movimento, ripeto, è una sequenza di posizioni, non UNA posizione e non ce ne è una rappresentativa del tutto. Per questo tutti gli strumenti a singolo numero falliscono. La dimostrazione di questo è data dal fatto che se questi affari funzionassero… sarebbero già diffusi un po’ ovunque, se non altro fra gli allenatori. Invece, alla fine, non ci sono. Spiace dirlo, ma è così: gli allenatori forti possono fare a meno di questa roba, i loro atleti schiantano lo stesso bilancieri grondanti di dischi verso il soffitto. Viceversa, nessun allenatore di maratona prescinde dal cardiofrequenzimetro oramai.

Per avere la sintesi, cioè un giudizio di merito sullo squat, va inventato un modello che oggi non c’è, siamo ancora all’analisi. Almeno, questa è la mia opinione: i ricercatori analizzano il movimento guardando misure e cercando parametri che gli allenatori non guardano, perché guardano la forma del movimento. Fino a che il mondo della Ricerca non capirà questo, non esisterà alcun prodotto che avrà appeal per un allenatore.

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Sono stato spronato a scrivere questo articolo grazie a questo prima/dopo fatto da Alessio e Joaquin: la traiettoria del bilanciere “dopo” si sovrappone, come conseguenza di un assetto che è stato giudicato “migliorato” dai diretti interessati.

Ora, non va commesso questo errore, altrimenti è come per la potenza: non è che uno si deve allenare per avere traiettorie del bilanciere che si sovrappongono, uno si deve allenare per avere certi assetti (e qui si apre una intera enciclopedia), che portano come conseguenza la sovrapposizione delle traiettorie di discesa e risalita.

Cioè: la forma della traiettoria è un parametro di merito dell’alzata. Questo è ciò che andrebbe mostrato, con un campione di riferimento elevato e con i crismi di uno studio. Arrivare a questa conclusione porterebbe alla determinazione di parametri sintetici ben più interessanti della potenza di picco. Che so… massima deviazione orizzontale fra discesa e risalita, massimo spostamento in avanti etc etc.

I numeri dello squat devono essere in relazione alle forme delle traiettorie, altrimenti non servono, e le forme delle traiettorie devono essere in relazione con un certo tipo di tecnica, altrimenti le forme non servono, e questo certo tipo di tecnica deve essere in relazione con il sollevare sempre di più se si segue, altrimenti questa tecnica non serve.

Vedete come la catena di implicazioni sia semplice? Ora, ci sarebbe da rimboccarsi le maniche e da vedere se questo è vero.

Per come la vedo io, siamo ancora molto, molto indietro se siamo ancora a parlare di potenza di picco. Spero di aver portato degli elementi a supporto di queste mie affermazioni.

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